Capri, Ischia e Procida sono tre perle del Tirreno con caratteristiche naturali e identità culturali diverse. Chi cerca qui angoli mondani o selvaggi, romantici o artistici, li trova. Furono amate dai Greci, dai Romani e dai viaggiatori del Grand Tour che le resero famose nel mondo

di Roberto Caramelli

Quando nel 1949 Truman Capote arrivò a Ischia per un soggiorno di 4 mesi, racconta Raffaele La Capria nel suo Ultimi viaggi nell’Italia perduta, «mentre scendeva dal vaporetto inciampò e ruppe l’orologio». Lo scrittore americano non se la prese e anzi vide nell’episodio un segno del destino: «era chiaro che l’isola non era il posto per la fretta e la furia delle cose». Quella di Capote è una piccola grande lezione per chi sbarca nelle isole del Golfo di Napoli: il tempo va misurato diversamente. O addirittura messo da parte. Ci si deve lasciar ammaliare dal «dolce far niente» caro all’imperatore Ottaviano Augusto, che chiamava Capri apragopolis, “città senza noie”, in greco. Ischia, Capri e Procida, «tutte belle», diceva Elsa Morante, sono accomunate da tante cose, il clima particolarmente mite, i giardini ricolmi di limoni, il verde prepotente e selvaggio; ma ognuna ha una propria identità. Anche al loro interno, ogni angolo è un microcosmo a parte: Anacapri è differente da Capri; nell’isola di Ischia, dove in ogni centro si parla un dialetto, Forio è diversa da Casarnicciola, Barano da Lacco Ameno e da Ischia porto.
Non si assomigliano nemmeno per la geologia; e se l’orologio va dimenticato come lo dimenticò Capote, anche la scienza che studia la storia della terra, qui, va lasciata da parte. Va letta attraverso le emozioni. Ci si deve far incantare dai miti e dalle leggende locali senza resistere, come naviganti abbagliati dalle sirene.

Come si può accettare che la Grotta Azzurra di Capri sia solo frutto di un bradisismo e il suo colore, unico al mondo, derivi da una banale rifrazione solare? Molto meglio pensare che fu Glauco, il figlio di Nettuno, a lasciare nella Grotta le sue scaglie di un azzurro soprannaturale quando diventò pesce. E prendere per vera la leggenda secondo la quale, il potere terapeutico delle acque termali ischitane viene dalle lacrime versate dagli dèi, nelle sorgenti, per amore. E immaginare che sia veramente sepolta, da qualche parte a Procida, la nutrice di Enea. La geologia va reinterpretata quasi fosse una branca della psicologia, per capire la personalità di ogni isola. Capri, composta di roccia calcarea, è un prolungamento della Penisola sorrentina alla quale era collegata da una striscia di terra o milioni di anni fa. Ha mantenuto per questo, inconsciamente, un’affinità con la terraferma. Da qui il suo carattere aperto e cosmopolita? A Ischia e soprattutto a Procida, gli isolani, tradizionalmente, sono invece «scontrosi, taciturni.

Pochi si affacciano alle finestre», scrisse Elsa Morante, che parlava anche della unicità della natura procidana «con fiori spontanei che non rividi mai più sul continente». Spiegano i geologi che fu un “capriccio” dei tanti crateri sottomarini, 150mila anni fa, a far nascere Ischia e Procida dal complesso vulcanico dei Campi Flegrei; ma la leggenda fornisce un’altra spiegazione: fu il gigante Mimante che abitava sotto Procida, a creare le eruzioni; scorbutico e solitario si agitava nel suo giaciglio e provocava l’innalzamento del fondo marino. Il mistero ha la meglio sulla storia anche quando si tratta delle denominazioni dei luoghi: come è possibile che il nome antichissimo di Ischia, Pithecusa, venga pithechion, che in greco significa scimmia? L’isola era abitata da scimmie in tempi remoti? O si trattava di abitanti talmente primitivi da sembrare ai greci babbuini? Prossimo alla leggenda è il nome che diedero a Ischia i Romani: Aenaria. Qui, secondo Plinio, trovò riparo Enea fuggendo da Troia, prima di arrivare nella sua “terra promessa”. Il nome dell’isola, prima dei Romani, era invece Oinaria, da oinos: in greco significa vino, che Ischia produce da 2700 anni. Fu la popolazione ellenica degli Eubei a introdurre la vite nell’isola; e la lunga storia del vino locale è testimoniata da una coppa greca in ceramica, la Coppa di Nestore, ritrovata a Lacco Ameno. Come diceva lo scrittore inglese Norman Douglas «il vino è l’acqua di Ischia, non se ne trova di migliore da Roma in giù».

Il modo di vedere le isole del Golfo di Napoli, anche nel nostro contraddittorio turismo consumistico, viene in gran parte dagli scrittori e dai pittori del Grand Tour. La Grotta Azzurra, frequentata dall’imperatore Tiberio che aveva una villa poco lontano, era stata evitata per secoli perché si credeva abitata dal diavolo; fu lo scrittore e pittore tedesco August Kopisch a riscoprirla di pescatori capresi la frequentavano da sempre) nel 1826, e a farla conoscere al mondo. Scoppiò allora, anzi fu inventato allora, il mito di Capri, prima di tutto fra i viaggiatori che venivano dalla Germania, tanto che a fine ‘8oo tutte le strade e le piazze capresi avevano nomi tedeschi. Poi, via via, furono contagiati francesi e inglesi, russi accorsero in gran numero all’inizio del ‘900: tra il 1908 e il 1910 furono sull’isola anche Goor’kij e Lenin, ricordato con una statua di Manzù nella piazzetta dei Giardini di Augusto. Infinita la lista degli intellettuali che hanno frequentato Capri o che ci hanno vissuto, da Maugham a Steinbeck, dalla Yourcenar a Nietzsche, da Sartre a Francis Scott Fitzgerald, da Rainer Maria Rilke a Conrad che voleva ambientare sull’isola un romanzo.

Graham Greene fu nominato cittadino onorario di Anacapri dove aveva una casa, E Rosaio, vicino a piazza Caprile. A Capri, che era il suo «kind of place», lo scrittore inglese, anche lui contagiato da una diversa misurazione del tempo, riusciva a fare in pochi giorni «il lavoro che altrove avrebbe fatto in 6 mesi». L’architetto Adalberto Libera costruì alla fine degli anni ‘30 una delle case più famose di Capri per lo scrittore Curzio Malaparte, a Pun¬ta Masullo, affacciata sui Faraglioni. Qui lo scrittore terminò il suo romanzo La pelle, nel 1963, a Villa Malaparte fu girato da Godard il film E disprezzo con Brigitte Bardot, Michael Piccoli e Fritz Lang. A Capri visse il poeta cileno Pablo Neruda, nel 1952. Ischia, chiamata Isola delle Terme per le sue 103 fonti termali celebri in tutto il mondo, è stata anch’essa amata da scrittori come Norman Douglas, pittori come Camille Corot, drammaturghi come Henrik Ibsen, poeti come Wystan Hugh Auden che dedicò all’isola i versi: «il mio grazie è per te, Ischia, cui un buon vento m’ha portato a goderti con dei cari amici da sporche città produttive». Ischia viene ricordata con molte pagine appassionate anche da Raffaele la Capria: «isola campagnola galleggiante nelle limpide acque tirreniche, col Monte Epomeo che si erge possente a ricordare l’irrequieto gigante Tifeo della leggenda, con i bianchi paesini stesi lungo le rive, con le spiagge preistoriche dove scoppiano i soffioni d’acqua calda e le fumarole, coi suoi fondali verdazzurri dalle mille trasparenze».

Infine Procida, «piatta come una scodella rovesciata», come la definì il pittore Toti Scialoia che inventò sull’isola le sue Impronte del 1957. Chiamata L’isola di Arturo dopo che Elsa Morante ambientò qui il suo romanzo omonimo scritto nel 1957, fu ribattezzata L’Isola del Postino dopo il successo del film di Troisi che girò qui alcune sequenze. A Procida l’architettura usa vernici pastello, «tinte di bei colori di conchiglia, rosa o cinereo», scriveva la Morante. Molti palazzi custodiscono inaspettati giardini interni e rigogliosi, secondo la tradizione mediterranea. La Morante raccontava nel suo libro di «straducce solitarie chiuse fra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali», e aggiungeva che «il mare è tenero e fresco, si po¬sa sulla riva come una rugiada». Qual è il miglior momento per visitare le Isole del Golfo di Napoli? «Praticamente sempre, non solo nei mesi estivi», risponde Giovanna Martano, assessora al Turismo e Sviluppo della Provincia di Napoli, «molto bello è il periodo della primavera, ma anche l’inizio dell’autunno. Il fascino di Capri, Ischia e Procida viene da lontano, qui c’è un’ai te dell’accoglienza. L’ospitalità, che unisce tradizione e modernità, è la vera particolarità di queste isole». Non esiste un rischio di turistizzazione eccessiva? «Ci sono tantissimi angoli incontaminati nelle isole. Puntiamo su flussi turistici spalmati nell’arco dell’anno: questa può essere la ricetta giusta». Una risposta efficace ai pericoli di cementificazione delle isole è arrivata alla fine dello scorso anno, quando il Ministero dell’Ambiente ha decretato la nascita dell’Area Marina Protetta Regno di Nettuno, che comprende Ischia, Procida e l’isoletta di Vivara.