di Roberto Ciuni

Nella Piazzetta di Capri si rivedono signori in giacca e cravatta all’ora dell’aperitivo serale. Non succedeva da settant’anni circa L’ultimo a indossarla per andarsi a sedere al Gran Caffè Vuotto fu - a quel che raccontavano i vecchi - il conte Germano Ripandelli, podestà dell’isola, prima di essere mandato combattere cinquantenne in Albania gerarchi (e le interessate delazioni anonime, degli invidiosi) t’accusavano di sorvolare allegramente sui rilassati costumi dei villeggianti consentendo loro di ballare fino a notte fonda. Ripandelli saliva e scendeva dal municipio sempre inappuntabile. giacca bianca con distintivo del Pnf all’occhiello. quindi era o giacca con distintivo anche alle otto di sera. Ma già si preferiva alla giacca il pulloverino. anzi si usava quasi Soltanto questo. perché a Capri qualcosa addosso di notte ci vuole, non salutare andar girando in camicia. Moda - il pulloverino lanciata dal principe Umberto che lo portava senza maniche. color crema, disegno a nodo Savoia, e da una turbo di scapigliati giovanotti di bel nome - Raimondo Lanza di Trabia, Ettore Patrizi, Manolo Borromeo d’Adda - che non l’indonsavano, lo tenevano sulle spalle. Umberto i giovanotti contagiarono perfino Filippo d’Asia, prima sempre prussianamente monito pure di cappello. “È un’isola ideale anche in fatto di mode perché non esiste qui alcuna legge precisa e immutabile. Ognuno veste come crede...”, notava un giornale smentendo il formalismo del podestà.
Da Ripandelli in poi, niente giacca da sera. Niente lino alla caduta di Mussolini, niente dopo, sbarcati gli americani che fecero di Capri luogo di riposo per aviatori. Piloti e bombardieri si mettevano addosso una camicia hawaiana a disegni stampati palme, ragazze con gonnellini floreali, ricette di cocktail e si buttavano liberamente per night, beveraggi ed altre amenità distensive. La giacca? Gli aviatori in vacanza ne avevano abbastanza della divisa, figuriamoci. Niente giacca nemmeno finita la guerra, quando spuntarono a Capri dove altri aviatori, questi sconfitti. Uno era un giovanotto di famiglia fiumana, ex ricognitore d’alta quota, ex ufficiale di collegamento nell’VIII Armata inglese: Giovanni Verbinschak, detto Gianni, l’altro un nobiluomo fiorentino, pilota di aerosiluranti: Emilio Pucci di Basento.

I night all’americana fatti apposta per bere e ascoltare musica fino ad annichilirsi non andavano più. “Si voleva far chiasso, c’era in giro molta allegria, voglia di godersi la vita e mancavano i divertimenti...” raccontò quasi mezzo secolo dopo Verbinschak, che s’era pensionato a Montecarlo. Gli venne in mente di affittare stanze occupate da un ristorante di nessun successo in Via Sella Orta ed aprì il Clubino pensato circolo di amici più che ritrovo pubblico: dati gli scarsi mezzi a disposizione, vennero destinate a far da sedie alcune ruvide panche. Il locale apriva quando Verbinschak tornava dal mare, un giorno più presto e un giorno più tardi, secondo l’estro del padrone. Lui saliva dalla marina in camicia ciancicata, short scarpe di corda ai piedi il signor capitano non possedeva altri vestiti, se non un paio di pantaloni lunghi in funzione di abito da lavoro.
Sulle prime rischiò il fiasco completo. “Avevo un’orchestra buona per i funerali, non per ballare”. Fortunatamente un amico mi consigliò di scritturare un trio romano: violino, piano e batteria. Vennero Rudy e Consuelo Crespi e si portarono dietro la folta di gente che avevano sempre intorno, il trio piacque e fu un successo. “I capresi presero il Clubino per luogo di libertinaggi tanto che una sera il commissario di pubblica sicurezza decise un’irruzione”. C’era una festicciola in costume tahitiano prescritti pareo e coroncine di fiori, sia per le donne che per gli uomini. Vedendo entrare tutti in abbigliamento unisex, in galantuomo che spiava da tempo l’ingresso del locate aveva chiamato la polizia, commissario in testa, “Egli rappresentava l’Italia, vecchia patria di contadini e di lavoratori” scrisse l’ex partigiano Felice Chilanti politicamente indignato, neanche fosse stato compromesso l’onore del paese, ma alla fine “si limitò a disporre che i presenti indossassero almeno la camicia”.

Protagonista delle notti capresi dal 1948 al 1950, anno in cui Gianni Verbinschak se ne andò ad “inventare” Panarea con il fratello Pietro, architetto, il Clubino fu portato alla notorietà internazionale da Cholly Knickerbocker, alias Igor Cassini, cronista newyorchese della cosiddetta cafè society, insieme alla maniera scanzonata di passare l’estate a Capri in mezzo ad eccentrici, bellimbusti, sfaticati checche, ma pure scrittori, artisti, industriali, gran signori, uno piccola folla che metteva insieme Dado Ruspoli e il suo merlo parlante. Pietro Capuano Chantecler, Bob Hornstein la coppia Crespi, Curzio Malaparte le Rita Hayworth e i Jean Patti Sartre di passaggio. Regola numero uno: essere informali tranne che ai matrimoni ed ai funerali dove oso si può fare a meno di giacca e cravatta scura. Regola numero due: non scandalizzarsi di niente. Pupetto di Siringano che, nominato improvvidamente presidente dell’Azienda di Turismo, organizzò una gara automobilistica in salita Marina Grande Anacapri bloccando l’isola si faceva fotografare beffardo accanto alla miliardaria americana Barbara Hutton vestito in maniera perfettamente eguale a lei: “non era l’isola del sesso incerto” Gianni Agnelli si divertiva a gettare iella piscina delta Canzone del Mare la bellissima Graziella Buontempo perché, secondo il tic caprese del momento, le donne dovevano liberarsi dei parrucchieri.
Pucci si mise a fare lo stilista ispirandosi diceva ai colori di Capri (difatti teneva motto a un certo blu che, a sentir lui, avrebbe copiato dal mare dei Faraglioni) aprendo una boutique alta Canzone del Mare e un’altra nella Piazzetta Vendeva copricostume, foulard tute e mantelline da sera, bikini in tessuti stampati con fantasie che rinviavano all’aeropittura di Benedetta Cappa Marinetti, uva specie di futurismo ritoccato, in Oriente, tutto di sua creazione. Girava per l’isola con una t shirt rigata - righe sottili - a manica lunga. cotto a barchetta genere marinaio, Alberto Moravia che villeggiava ad Anacapri insieme ad Elsa Morante, ne aveva una assai simile ma a righe larghe.

Su pullover da uomo, poncho da donna e loro varianti - versioni estive - Capri fondò piccole aziende artigianali comprati vecchi telai inutilizzati, la baronessa Clairette Gallotti aprì La Tessitrice dell’Isola: oltre ai pantaloni da donna chiusi sotto il ginocchio (da saltafossi si diceva). La Parisienne esponeva burnus alla marocchina: Marietta e Giovanna Russo (Il Ragno d’Oro) producevano maglieria di filo d’angora. Aucellone Catuogno faceva scarpe di corda alta maniera basca: Aurelio Canfora mocassini simili a quelli degli indiani e sandali infradito. combattendo la concorrenza di Filuccio Faiella in fondo a Via Le Botteghe Aldo Spinella tagliava e cuciva un paio di pantaloni di rigatino dallo mattina atta sera, arte condivisa con Gianni De Martino: Susy Ricci, biki ni e slip da bagno: Vittorio Massa, camicie. Scesa la notte, i provveduti tiravano fuori dalla tasca la scazzetta all’uncinetto e se la piazzavano in lesta contro gli assalti della cervicale.

Ci si copriva così si camminava salta corda o su una sottile striscia di cuoio si faceva il bagno in tela massaua gli uomini, in cotone a quadretti le ragazze. Dopo una certa ora i caffè all’aperto offrivano un panorama di teste pennellate di celeste, di bianco, di blu, a strisce o a rombi, secondo i disegni dette scazzette. Di cachemire o cotone, jersey o angora, il pullover permetteva varianti nel portarlo: arrotolato alla cintola, lasciato pendere dietro a gonnellino, tenuto sulle spalle osa una spalla sola, in mano. Gli americani esibivano quello da tennis, con la banda colorata lungo la scollatura a V: gli altri preferivano tinte chiare, uniformi. Snobismi, i pullover, le scarpe di corda, le scazzette? Forse, ma Capri aveva sempre contagiato gli stranieri e questo era abbigliamento “alla caprese”. La tradizione delta tessitura discendeva almeno dal 1450 (si consulti, volendo. Archivio Storico per la Provincia di Salerno, anno III, 1936, o l’ottocentesco Ferdinando Givgorovius) e agli inizi del Novecento i pescatori continuavano a vestire di lana grezza d’Amalfi tessuta sull’isola come facevano da un paio di secoli, portando sul capo berretti filgi appiattiti rispetto all’originale, antenati della scazzetta, calzando cioce per salire in paese. Quindi, casomai, snobismi localmente pertinenti.
Coprirsi nottetempo spalle e torace resistette anche all’arrivo del cache col (vezzo di Massimo Caparra), che ti porti - illusione - si credette potesse proteggere dall’umido quanto il pullover. Resistette ad on ridicolo bolerino maschile di brevissima durata modaiola ed al k-way che i velisti pretendevano d’importare in Piazzetta da Marina Grande insieme alle scarpe da barca e i capelli impastati di sale.

Se l’estate a Capri - a questo punto eravamo agli anni Settanta. Ottanta fosse stata solo questione di giacca e cravatta, nulla di più di tante villeggiatura di mare. Ma c’era ben altro I tarallucci del fornaio liquidavano nette cene in giardino la mania dette tartine spalmate d’anonimo dell’aperitivo cittadino e le pizzette indurite dall’attesa. Gli spaghetti alla chiummenzana - tirati su dalla pentola e buttati nella padella dei pomodorini schiattati con l’aglio. aggiungere uso spruzzata d’origano battevano complicati sartù di riso, le pennette condite con la genovese tirata a fuoco lento per mezza giornata da una vecchia tata sorrentina. Per non dire dei secondi: via le cotolettine suola di scarpe, via i vari brasati, fornelli alle pacchiane di Tiberio. Insomma, Capri offriva due vacanze contemporaneamente: Ia prima, quella canonica di sole, bagni e gite in barca: la seconda, quella del poter godere della libertà che l’isola, non solo consentiva, ma insegnava. Unico neo: la canzone melensa, tipo, “Tu, luna tu, luna caprese...” Roba da sonno immediato.

Brutto, bitorzoluto. scuro fino al colore del sangue raggrumato, chiamato cuore di bue, insieme ai fichi locali di pelle chiara, finissima, alte ricottine di Agerola, al provolone detto del monaco di Asola (mucche dei Monti Lattari) e al pane di Gragnano, il pomodoro caprese dominava la tavola, pranzi e cene. Visse la sua grande stagione alta Pineta di Costanzo Vuotto, un albergo che negli anni Ottanta riuniva una mescola di stravaganti. Ci si potevano trovare Lello Bersani, Antonello Falqui, Barbara Spinelli inseguita da un corteggiatore fastidioso. Massimo Lo Cicero e la prince pessa Patrizia Colonna, Ugo Baduel e Laura Litti, Roberto Villetti, Rossana Rossand,a Franco Angeli, Ferdinando Ventriglia, Christian De Sica quasi imberbe, artisti, banchieri. liberati e a munisti, tutti in piscina a litigare di politica, a sfottersi (Ventriglia in acqua sul materassino gonfiabile era “il capitone coraggioso”), a raccontarsi puttanate, oppure seduti alta tavolata di Titina, la moglie di Costanzo, che cucinava frittate di spaghetti, pizzelle, arancini, mozzarelle in carrozza, e, se la notte portava un bel cielo, l’insalata di tubetti al chiaro di luna, specialità assoluta delta ditta, “E di Brecht, signora principessa, che mi dice di Bertott Brecht?” Il rivoluzionario si fa per dire. Carlo Fermariello incalzo così un giorno, tra un boccone e un altro, Patrizia Colonna, dubbiosa dei meriti dell’intelligenza comunista nella guida del proletariato. “Ah sì. geniale: ha scritto che Capri è una maledetta limonata azzurra...”

Di abbigliamento formale, naturalmente, nemmeno a parlarne. Potevate sorprendere Graham Greene che leggeva il Times dietro la vetrata del Gran Caffè, addosso uno spolverino grigio su camicia e bermuda, Joseph Beuys in divisa da cacciatore e lobbia. Birgit de Mistura in lungo (anche atto nove di mattina, con bombetta di panama. Lidia Caruso in sangallo, musiche corte a sbuffo e gonna bambolesca, tali e quali sarebbero stati - eccentricamente - a Londra o Berlino o a Roma, ma nulla più. L’eleganza era fatta di portamento, di creativita personale non contavano ne i chili ne le misure: il segreto stava nello stile, Bianchina Leonardi, regina delta Piazzetta, dettava la moda femminile dei camicioni comodi di piccola griffe caprese: il marito Tonino perpetuava il pullover orripilando davanti ai residenti americani in smoking.
Sbaraccato il Giardino delle Rose, trattoria con vista sull’andirivieni per il Quisisana, impiantarono al suo posto un negozio Ferragamo e da allora Capri cominciò a scambiare. Una due, tre, diecine di firma detta fashion occuparono Via Camerelle trasformandola in un Rodeo Drive più stretto e più corto, una Montenapoleone sintetica. Arrivarono sushi e frizzantino. Tempi nuovi, televisione, globalismi, eccetera: sappiamo, sappiamo, nulla da obbiettare. Ma una giornalista esperta in look trovò disdicevole che ora le ragazze camminassero sui “trampoli ammazza caviglie” portando corsetti “modello coquotte” (testuale conservo il ritaglio), che belle cinquanenni s’atteggiassero a “velone”, che i sessantenni cantassero con Guido Lembo “Me la dai, me la dai... la tua pansè?”.
Certo. sbarcava a Capri pure Er Piotta, ma il suo spettacolo intitolato “Suca” otteneva molto successo e il successo è un iacro irresistibile anche di volgarità.
Certo, il traghetto vomitava giornalmente una quantità di scostumati.
Certo sbucò una sera in Piazzetta Naomi Campbell e successe il finimondo.
Passata la giornata in barca, a sera inoltrata salì da Marina Grande tutto di bianco vestita gonna, camicetta. sandali - offrendo uno splendido contrasto tra la pelle color ebano e ciò che indiossava. Nella Piazzetta - era l’ora si accalcava a guaglunera napoletana in attesa di andare in discoteca. Appena la Campbell, finita difendere la folta, imboccò la discesa del Quisisana, le si mise alle calcagna una fitta coda di giovanotti con gli occhi puntati sulla parte bassa della sua schiena una sorta di processione che, giunta davanti all’albergo, scoppiò in un lungo battimani.

Coatti, tamnarri, chiamiamoli come volete: forse prima dell’inondazione delle griffe non esistevano? E il cantare goliardico non s’era mai udito? E il corsetto da “coquotte”, i tacchi alti, mai visti? La novità, oltre agli scandalizzati di mestiere, è stata la processione dietro al posteriore di Naomi Campbell, autrice la guaglunera, funerea importazione recente. Per il resto, che chiudano la fabbrica delle scarpe di corda le botteghe dei sandali e delle scazzette, i pantalonai, le vecchie corallaie e che siano sostituite dalle boutique degli stilisti famosi è purtroppo, storia di ogni dove, da qui alla Costa Azzurra a Ibiza.
C’è poco da ribellarsi, purché non pretendono di imporre la giacca o altri odiosi cilici cittadini.
Mi vesto, sì, ma senza alcun obbligo: mi vesto come viene, li patto con Capri era questo. E non voglio trovare né fragaglie - pescetti fritti tutt’interi, testa e coda comprese - tanto amati a Napoli da averli messi pure nel piatto di re Juan Carlos né gli spaghetti ai formaggi, bensì la calamarata, paccheri alle vongole secondo la ricetta dei pescatori di Castellammare. Poi il canto. A un certo punto detta notte un coro di sbevazzati che tenta di rifare “Suca” atto piottesca può essere eccessivo perché la gente deve pur dormire: però si potrà concedere, speriamo. “Signora, chi ve lo dà?"”, delicato mistero melato alla strofa finale “chi ve lodò, chi ve to dà, ‘u curagg’ ‘e suppurtà nu marit’ e chell’età?”.
Si può mai schiocchezzare, perdere tempo proprio e non prossimo abbandonarsi alla flânerie estiva (con buona creanza, sta chiaro) in giacca, cravatta, calzini e tutto il resto? No, non si può. Ma serpeggia una certa agitazione si dice così al riguardo. A parte quella di Carlo Knight eleganza da ammiraglio di Sua Maestà in borghese, blazer, bottoni dorati, colletto della camicia che pare inamidato tanto è teso, sempre vestito modello gentiluomo classico, nell’ottimo mese si sono viste in Piazzetta all’ora dell’aperitivo troppe giacche Fabrizio Del Noce tutto in bianco tranne la cravatta, Vittorio Pescatori in giacca di rigatino, il Premio Nobel di poesia Derek Walcott in giacca di cotone grezzo, per dire di alcuni. E non tutto. Fermato un amico diretto a un matrimonio, vestito di conseguenza, il pittore Stellario Baccellieri, in trasferta dal Caffè Greco, gli s’è proposto per un’aggiustatina: “Ti manca la pochette al taschino detta giacca. Se vuoi te la dipingo io, duecento euro...”.