La Capri di adesso con la snobissima, perversamente conformista, elitaria, misteriosa, arroccata, aristocratica Capri della fine anni '50 primi '60 non c'entra proprio niente. Sembra lo stesso fondale, a Cinecittà, usato per un film diverso.
Allora la società che si dava appuntamento nell'isola era «fortificata e clanistica», oggi è un incontro di gitanti di massa.
Ai tempi, ogni estate, le regine aprivano la stagione e iniziavano i loro giochi di potere, d'amore, di seduzione. Adesso è un mordi e fuggi a prezzo concordato. Ma oltre la massa di persone che durante il week end si riversa sull'isola, ciò che colpisce di più è la presenza dei bambini. Pupi urlanti, paonazzi, sporchi, allegri, tristi, ricchi o benestanti: sempre e ovunque. Negli anni del fulgore dell'isola, le donne al contrario di adesso rimanevano subito incinte, ma i pupi non facevano parte della vacanza. Con le tate in mari più dolci, con le tate e le nonne nelle case di campagna, oppure ad Anacapri all'albergo Paradiso, ma solo quelli di genitori che non avevano altre possibilità. Pochi perché chi si incontrava, in quei tempi, nell'isola le possibilità le aveva, le aveva avute, le voleva esibire, se no non c'era ragione di sottostare alle difficili regole di quella vacanza settoriale dove se non eri inserito nel girone giusto non eri nessuno. Regine indiscusse del luogo, signore che potevano, con inviti o dinieghi, fare la fortuna di un'estate, erano Elena Serra di Cassano, Anna Caravita di Sirignano ed Edda Ciano. Il vacanziere accorto che voleva vivere a fondo la sua Dolce Capri la prima cosa che faceva appena arrivato mandava i fiori alle tre signore, conscio che la sua fortuna estiva dipendeva da loro.
Il momento magico era il venerdì sera davanti al Quisisana, il più bell'albergo dell'isola a due passi dalla piazza. Con l'ultimo vaporetto, poi negli anni, con l'ultimo aliscafo, arrivavano mariti, amanti e fidanzati. Quegli uomini che lavoravano durante la settimana e venivano a trascorrere due giorni dalle loro donne o per cercare altre esponenti della stessa specie. L'isola pullulava di femmine di ogni tipo, di ogni età, di ogni patrimonio. Ogni venerdì l'arrivo dei maschi, davanti al Quisisana, vedeva schierate tutte le belle senior e junior in perfetta divisa. Allora la divisa era una sola: le camicie variopinte di Emilio Pucci. Le più doviziose si presentavano con il completo, le altre si ingegnavano con i calzoni, in tinta, dei negozietti di Tragara e dicevano con aria boriosetta, ma si capiva che era una finta e morivano d'invidia: «Il completo è meno chic». Il fatto era che se volevi esistere non c'era alternativa, almeno una camicia di Emilio Pucci la dovevi avere. La perfezione era averne una a sera, almeno per 5 giorni la settimana, poi si ricominciava.
Così faceva Elena Serra di Cassano, nata Bomprini Parodi Delfino.
Ricchissima e ormai per sponsali, come volevano i tempi, aristocraticissima, questa assoluta sovrana dei giochi estivi di notte faceva meno paura che di giorno perché non ti poteva escludere dal massimo del desiderabile di quegli anni: un invito sul Silvia, il panfilo nero su cui tutti alla fine dell'estate, per sentirsi vincenti, dovevano fare almeno un giro. Salire sul Silvia o un giro sulla Croce del Sud di Kerry e Mara Mentasti erano i due must capresi.
Più facile il primo del secondo perché se Elena, Kerry e Mara erano ferrei sui loro ospiti, Francesco Serra, quando arrivava, aveva voglia di festa e di allegria e imbarcava ciò che la moglie snobbava.
In mancanza di inviti sui velieri c'era la Canzone del Mare, dove si davano appuntamento tutti i leoni e le sirene dell'epoca. E qui che avevano la cabina fissa, quella grande d'angolo che sembrava una stanza, Mario e Flavia Gazzoni.
I signori dell'Idrolitina rappresentavano per l'isola «il voglio e posso». Erano sempre loro che ogni sera al Grand Hotel Quisisana, a mezzanotte, offrivano ai loro ospiti pasta e champagne. Un in più, fra i tanti.
Anna Grazioli era giustamente per i tempi andata sposa a un principe, Pupetto Caravita di Sirignano. Lui allegrissimo, simpaticissimo, lei severa, accigliata, ricchissima.
Lei invitava a palazzo e lui usciva continuamente da palazzo alla ricerca di femmine e divertimento.
Pupetto era in quegli anni il simbolo di Capri, quando arrivava in piazzetta al bar Vuotto, il più giusto della piazza, c'era sempre un tavolino per lui a costo di far alzare degli altri clienti.
Non si alzavano i baresi, vogliosi di vivere, di spendere e abituati a essere incensati: i Di Cagno Abbrescia e gli Amoruso restavano assettati.
La giornata cominciava vers o le 11. Appuntamento in piazza.
Poi qui che non più tardi di mezzogiorno venivano scelti gli ospiti delle grandi imbarcazioni e che i rifiutati facevano altri programmi.
E a quell'ora che compariva Edda Ciano, elegantissima e di poche parole. Vicino a lei Chantecler, il proprietario della più bella gioielleria dell'isola, che le fu vicino negli ultimi anni. La coppia
era quasi sempre vestita di lino, intorno a loro qualcosa di nostalgico e riservato, loro non volevano essere invitati, salivano sul loro guscio di noce, così chiamavano il piccolo gozzo che li portava in giro, e lui a timone lei intenta alla lettura se ne infischiavano del mondo che li circondava. Tutti erano pazzi dei figli di Edda, Fabrizio, Dindina e Marzio. Spiritosissimo, mordace, tenero, appassionato, piccolo di statura, ma con un'altissima vitalità e presenza di spirito, Marzio e i suoi drink sono stati i protagonisti assoluti della Canzone del Mare dell'epoca.
Lui non cercava inviti, li commentava, fra l'ilarità generale.
«Oggi questo c'è riuscito. Quest'altro no».
La ragazza più bella dell'isola era Graziella Buontempo, per lei fu scritta Luna Caprese. Occhi verdi, capelli neri, corpo snello, la ragazza oltre a una ricambiata passione per Arturo Lonardi, un altro superfigo che diventò suo marito, dimostrava una assolutamente singolare per l'epoca passione per gli artisti e le cose d'arte.
Di quel mondo l'unica cosa tangibile che oggi rimane sono gli echi di quella passione. Altra superbella era Bianca Maria Vitelli, sapeva tutto di principi, marchesi e conti in banca, niente di cultura. Per dire che aveva sonno sospirò a un innamorato: «Portami nelle braccia di Orfeo».
Il giorno dopo tutta la piazza sapeva che la signorina confondeva Morfeo con Orfeo. C'erano poi le bellissime sorelle Maria Stella e Letizia Signorini e Marina Pavoncelli. Bionda, minuta, decisa, quest'ultima aveva un palcoscenico particolare, fra le barche e la Canzone del Mare, osava e poi si ritraeva agitando, con sapienza, sotto il naso, incantato, di Poldo Serra, il suo ciuffo biondo. Tutti parlavano di lei. Ci riesce ancora adesso. L'apparizione in piazza di Consuelo Crespi, la moglie di Rudi, era un condensato di snobismo con accessori di paglia.
L'indossatrice era considerata allora un modello di bellezza.
Si prendeva molto sul serio e anche salendo sulla scaletta di una barca faceva attenzione che i capelli fossero pettinati. Spettinate invece tornavano le prede di Annibale Scotti e di Lillio Ruspoli che attraccavano alla Canzone del mare con il loro Riva per far fare un giro fino ai Faraglioni alle belle. Succedeva tutto là davanti.
La postazione sul moletto sotto la piscina consentiva di vedere il Silvia e la Croce del Sud e di individuarne gli invitati: raramente i velieri lasciavano l'attracco.
Gli inviti erano: quello di seconda classe, per un bagno con tuffo dalla tolda, quello di prima a colazione. Per vedere barche che avessero voglia di veleggiare bisognava aspettare gli stranieri.
La serata più fotografata di Capri anni '60 fu quella sul Felix, il veliero di Michelin con a bordo Juan Carlos, non ancora re di Spagna, i marchesi di Villaverde (lui chiamato il marchese Manolesta, appena poteva le allungava), la duchessa d'Alba e una scia di fotografi che andarano ad aspettarli a Nerano dove il menù regale prevedeva la tradizionalissima pasta con le zucchine.
Le cose e i luoghi di base a Capri erano i pantaloni su misura, i sandali, il bar Vuotto, il Blu bai; il Number one, dove si andava a ballare dopo cena, la Canzone del Mare, dove succedeva tutto o si poteva vedere tutto, il Bagno Sirene a Marina Piccola, da Luigi ai Faraglioni o la terrazzina ristorante di Maria a Marina Piccola.
In questi luoghi si aggiravano anche i giovanissimi, quelli che adesso fanno parte del gruppo senior: la più bella e singolare con quel modo di fare gentiledistante Gueny Pantanella, il più lungo e dinoccolato Bruno Mentasti, che sfoggiò i primi bermuda da bagno, i più capresi Lallo e Niso Sirignano, figli della regina Anna e del principe Pupetto. Gli intellettuali erano considerati una stranezza, per trovare Alberto Moravia e Renato Guttuso bisognava andare a casa di Leda Mastrocinque.
Per loro non erano ancora arrivati i tempi belli. Non andavano di moda. Ogni guardaroba oltre a un completino di Emilio Pucci doveva averne almeno tre di Livio De Simone. Livio è stato una delle pietre miliari dell'epoca, iniziò a Capri e continuò per mondo. I suoi vestiti erano un tuffo di colore. Tutte le senior o le junior, snob, avevano una vestina del signore, esattamente come ogni bella donna sapeva che fino alle sette fra la piazza, Tragara e Marina Piccola si girava in shorts. Poi no. Proibiti i tacchi, considerato un orrore riservato alle cafone. Anche i taxi facevano parte dello snobismo da vacanza: Elena Serra e Carla Da Zara ne avevano uno a loro disposizione, gli altri lo aspettavano.
A Capri non era democratica nemmeno la magia. La maga Buronzo che in via Castello dove aveva il suo antro predisse a Doris Menier il matrimonio con un «principe» (al secolo Giovannino Pignatelli di Monteroduni, che però era una predizione facile perché ne sposava a ripetizione), dava gli appuntamenti prima a quelli conosciuti poi agli altri. A Marina Grande arrivavano le barche di Onassis, Ford, Niarchos, ma tutte le donne pensavano a lui e volevano lui: bellissimo e, come volevano i tempi, principe.
Tinti Borghese era avvenente e malmostoso, questo lo rendeva più appetibile. In più era anche ben piantato e questo suo fisico borghese lo rendeva più peccaminoso.
Con mossa imprevista lui esordì, in piazza, con un grande amore per Marisa Valente, una mannequin. Tutte cominciarono a sognare. Se ce l'aveva fatta lei! Favola breve per lei e per le altre. Tinti, il bel principe, adocchiò, come quasi tutta l'isola maschile faceva giornalmente, Fabrizia Citterio. Un corpo esile e minuto, un naso all'insù (assolutamente naturale, allora non c'erano né ritocchi, né ritocchini, né ritocconi), dei capelli biondo castani, corti corti, che facevano aureola a un volto levigato, un carattere forte e deciso, una solidissima famiglia borghese d'appartenenza che ne faceva una dei migliori partiti dell'epoca. Fabrizia e Tinti incarnavano il colore del tempo di allora: la bella e solida borghese e il principe di antico lignaggio. Il flirt si concluse con un matrimonio e lo spirito dell'epoca e i settimanali rosa si congratularono con l'eterno ripetersi dei loro riti.
Si continuò così per qualche stagione, poi il colore dei tempi e con lui i suoi protagonisti cambiarono. Ovunque, anche in vacanza, cominciarono a cambiare i miti maschili.

Lina Sotis

NOI DI CASA A CAPRI
Mondanità. Di certo è quella che cercano turisti spaesati che si spostano dalla piazzetta ai faraglioni.
Dai faraglioni alla Grotta azzurra, alla piazzetta. Accompagnati da Tiberio, oggi guida virtuale, infilato nelle orecchie come un walkman che infonde lo spirito caprese nell'anima, mentre con sguardo assatanato rovistano tra i passanti per ammirare il vero museo, quello mediatico.
Mondanità è quella che si vive nelle ville: un bagno nella piscina di casa, un giro in barca. E uno shopping pigro tra via Le Botteghe, a far spesa per cena, e via Vittorio Emanuele e via Camerelle, dove al pluristellato Grand Hotel Quisisana, il 15 luglio, si apre la prima Krug room italiana: terrazza elegante dove centellinarsi flûte dell'introvabile Maison Krug. Che si tratti di un nuovo genius loci?
In realtà di geni ce ne sarebbero già tre. Quelli che dividono gli habitué nei partiti di Anacapri, del versante faraglioni e del versante golfo di Napoli con Ischia, Procida e il Vesuvio.
Un grandangolo che imprigiona anche gli animi più irrequieti. «Mi alzo e faccio colazione in giardino», racconta Edvige Fenech. «Passeggio fra rosmarini e camelie, attraverso il boschetto che scende
alla spiaggia. Poi esco: con una grande cesta di paglia di Positano al braccio e accompagnata sempre da Silvana, bellezza caprese e cuoca stupenda, vado a via Le Botteghe. Da Pasquale per il pesce, da Sfizi di pane per i tarallucci piccanti, alla Capannina più per vini e altre golosità. Una capatina alla Cingallegra, per gli attrezzi dell'orto per comperare nuove piantine di basilico che nella caprese
non può mancare. E un salto in piazzetta per l'aperitivo da Tiberio.
Se c'è tempo vado a rifarmi gli occhi dalla Campanina e da Chantecler, gioiellieri raffinati, dove spero sempre che qualcuno faccia una follia per me. Fanno anche gingilli tradizionali, come le campanelle in oro e brillanti. Poi ritorno nel mio giardino. Niente mondanità, pochissime uscite. Solo cene tra amici.
Qualche volta si va da Paolino. A 150 metri da casa: buffet di mare fantastico, frittura alla caprese con ravioli, zucchine e "bomba",
pasta con mozzarella, prosciutto e salsetta saporita. A pranzo, spuntino e vista sono alle Grottelle, specialità pollo alla diavola, e venti minuti di passeggiata oltre l'arco naturale».
Ritmi lenti anche per Claudio Velardi che si schioda da Anacapri solo per uscire in barca. «Inizio la giornata al bar Ferrario, ormai il mio ufficio estivo.
Luogo di culto della comunità anacaprese (Giuliano Zincone, Antonio D'Amato, Emilio Fede). Brioche e pasticcini oltre alla conversazione con il mitico proprieta io, Salvatore.
Ci si ripassa a mezzogiorno per l'aperitivo.
E la sera si ritorna occupando tutta la strada. Dopo colazione, al mare. A Marina Piccola o a Cala del Rio, dipende da venti e onde. La sosta è a Gradola, da Giovanni, dove se non si esce in barca si va anche a prendere il sole. Tre ombrelloni e qualche sedia, ma alici fritte e capponata fantastiche. Al ritorno dal bagno non si può fare a meno di passare in piazzetta, quella di Anacapri, al circolo Diaz per la partita a scopone. La cena è alla Rondinella, dove Teresa cucina gli spaghetti alla sciumurra e fa il mitico semifreddo al caffè con le mandorle. Lo shopping?
Per me è da Solaris. Ha camicie in lino di mille colori. Me ne sono fatto una collezione: bordeaux, arando, blu, con i calzoni in tinta. E alla libreria Conchiglia, piccoli editori e organizzatori degli eventi culturalmondani capresi».
Diana De Feo, signora Fede, annuncia che quest'anno non si potrà fare a meno di cenare all'Europa (il ristorante hotel stralusso che ha appena cambiato nome, Capri Palace). «In cucina è arrivata una batteria di chef diretti da Antonio Colonna», dice. «Ho conosciuto la leggerezza dei suoi piatti a Roma. La freschezza del pesce caprese ne esalterà la raffinatezza.
Per il pranzo, sosta con la barca a Palazzo a Mare, si scende con il canotto canotto e si va da Tiberio: pezzogna, pescione che si trova solo in questi fondali, al tavolino o cartoccio di frittura da mangiare al largo. Non compro griffe anche se le vie di Capri sono diventate come via Condotti.
Preferisco Nicolino, il pantalonaio che confeziona i classici "capresi" (in cotone, lino o seta, dalle 200 mila in su, circa 103 euro). E bravissimo a copiare qualsiasi modello, e consegna in due giorni. Per i sandali c'è Antonio. Rasoterra, con fasce di tutti i colori, roselline, paillettes (meno di 100 mila lire, 51,65 euro). Li fa anche su misura. E poi Susv e Mimì, l'ultima artigiana che continua a confezionare bikini in cotone anni '60 (65 mila lire, 95 per
quelli su misura, 33,57 o 49,06 euro).
Adriana De Fiore, proprio sulla piazzetta di Capri, inventò, trent'anni fa, i calzoni alla pescatora di moda ora e nella sua boutique, La parisienne, vende anche gli abiti di Livio De Simone (dalle 500 alle 700 mila lire, da 258,23 a 361,52 euro). Per profumi e sapori capresi, eau de toilette all'Aria di Capri e oli essenziali agli agrumi sono da Carthusia. E al Limoncello di Capri ci sono golossisimi bonbon al cioccolato ripieni di liquore al limone».