Scrittori, poeti, pittori, perfino industriali (c'è una strada intitolata all'imprenditore tedesco dell'acciaio) hanno investito passioni ed energie su Capri, l'isola più carica di storia, più mondana e romantica del mondo. Dalle sirene di Norman Douglas al ritratto fantastico fatto da Alberto Savinio ecco le pagine che la raccontano.

Quando si parla di cultura a Capri non si deve dimenticare che ci sono tante isole al mondo belle come Capri e anche forse più belle, ma nessuna ha la sua storia. C'è più storia in questo piccolo scoglio del mediterraneo che in tutte le isole degli oceani. E quando si parla di storia si parla di storia imperiale, di Augusto e di Tiberio che avevano scelto Capri come buen retiro. Augusto e Tiberio erano i padroni del mondo allora, e può sembrare strano che abbiano scelto uno scoglio così impervio e così inaccessibile per costruirvi le loro ville.
Ma il Golfo di Napoli era allora il "luogo delle delizie" di tutti i ricchi romani, e i romani erano attratti non solo dalla bellezza del paesaggio, ma anche dalla cultura che vi si respirava, perché Napoli era una città greca e a Napoli si parlava greco. C'era Plinio a Miseno, Asinio Pollione a Posillipo, Lucullo nell'isola di Megara (dove oggi è il Castel dell'Ovo).
E dunque era naturale cercare lì, in questo golfo, il proprio rifugio dalle cure della politica. Capri era proprio al centro del Golfo, e al centro di quel Mediterraneo che era considerato "mare nostrum", e la sua inaccessibilità era un motivo in più per sceglierla, oltre che la sua bellezza, pari alla grandiosità che un imperatore esigeva .
Ma lasciamo stare questo passato che ci parla da quella villa di Tiberio i cui resti sono sospesi sull'abisso e, sorvolando i secoli, le incursioni dei saraceni, l'egemonia dei certosini che costruirono come un presidio la monumentale Certosa, e la battaglia tra i francesi di Murat e gli inglesi per la conquista dell'isola, arriviamo ai nostri giorni, alla nascita del mito e alla cultura che intorno a quel mito si formò. E diciamo subito che il mito romantico e decadente nacque con la scoperta della Grotta Azzurra raccontata in un libro da Augusto Kopish, un poeta che entrò nella grotta una mattina del 1826.
Quel libro fu letto e destò la curiosità di molti spiriti già pronti ad officiare il culto del sole e del mediterraneo. Norman Douglas - uno scrittore inglese innamorato dell'isola, su cui scrisse bellissime pagine - affermò che la scoperta della Grotta Azzurra era la causa prima della prosperità dell'isola, e "ha creato alberghi, vaporetti e strade, ha riempito d'oro le tasche di questi garbati isolani, trasformando caprai scalzi e scamiciati in distinti signori con tanto di cappello". Tra gli ospiti che arrivavano attratti da questo mito e il cui destino è intrecciato con quello dell'isola, vi furono l'erede dell'impero Krupp, quello delle acciaierie, che regalò a Capri la famosa Via Krupp da molti considerata una vera e propria opera d'arte.
A causa delle calunnie diffuse sulla sua vita sregolata a Capri, calunnie di dubbia consistenza, Krupp si suicidò. Anche il conte Adelsward Fersen, che fece costruire la famosa Villa Lysis, contribuì alla leggenda facendo della propria vita dissipata una specie di recita tragica dove il dandysmo, l'omosessualità e l'oppio culminarono col suicidio. Fersen si uccise ingerendo una forte dose di oppio, nel 1923. Krupp si era ucciso nel 1902. Norman Douglas, il grande scrittore autore de La terra delle sirene, si uccise nel 1952. Krupp, Fersen, Douglas, tre suicidi diversi, non sono un po' troppi? Ma Capri è l'isola delle sirene, e chi come loro udì il canto delle sirene, ne subì in vari modi le conseguenze.
Bruce Chatwin ha scritto che a Capri vi sono tre scrittori, tre numi locali e tre narcisi, che devono la loro fama più alle ville che costruirono che alle loro opere. Beh, l'osservazione è malignetta, ma corrisponde abbastanza alla verità. Di Villa Lysis costruita da
Fersen in un liberty un po' kitsch con fronzoli nell'arredo e dorature nelle colonne, si è già detto. Axel Munthe costruì la Villa San Michele in uno stile altrettanto kitsch e vi scrisse sopra un libro intitolato appunto Storia di San Michele che gli diede fama e notorietà e fu un best seller dell'epoca, anche se come valore letterario non è poi un gran che. Infine, terzo narciso, Curzio Malaparte, lo scrittore italiano celebre per Kaputt e La pelle, progettò e costruì la sua villa a Capri insieme con l'architetto Libera, e quella è certo la costruzione più originale di tutte, eretta come un altare atzeco dedicato al culto del sole, integrata al piccolo promontorio su cui sorge in modo da apparire, con il suo colore rossiccio, quasi come una sua continuazione resa astratta da un artista moderno.
La cultura caprese è costituita dal ricordo tramandato di tutti quelli che attratti dal richiamo dell'isola lì vissero, amarono e soffrirono,
di tutte le vite che lì s'intrecciarono e si spezzarono, seguendo il loro destino. Se invece si intende parlare degli scrittori che scelsero Capri come tema e soggetto dei loro libri, quelli sono pochi e non tutti eccelsi, perché Capri è un soggetto difficile, direi intrattabile, non solo dal punto di vista letterario ma anche da quello pittorico. Il più notevole tra gli scrittori è certo Norman Douglas di cui restano il già citato La terra delle Sirene, il meno riuscito Vento del sud e l'ottimo Biglietti da visita, oltre a diverse monografie nate dalle sue ricerche sulla storia caprese.
Forse fu anche lui un poeta, o pretese di esserlo, e comunque la sua vita fu raccontata da uno scrittore, Roger Peyrefitte, in un romanzo intitolato L'esule di Capri che presto divenne famoso più perché ben si inseriva nella leggenda caprese che per meriti suoi propri. Di Axel Munthe e della sua autobiografia raccontata nella Storia di San Michele si è accennato, e potrei ripetere quel che ho detto di Peyrefitte e del suo libro. C'è poi uno scrittore che è veramente caprese perché è nato a Capri ed è di famiglia caprese: Edwin Cerio. La sua fama, ma solo per i capresi, è pari a quella dei massimi scrittori. Di Capri Cerio si occupò in tutti i suoi libri, Capri fu per lui una fissazione, un limite e talvolta un'ispirazione, come si vede leggendo L'ora di Capri, o Aria di Capri che esalta con toni a volte un po' esagerati le stravaganze di personaggi che "non erano certo straordinari, ma non fecero nulla di ordinario", come lui stesso riconobbe. Un altro autore che si adeguò alla leggenda caprese fu l'inglese Compton Mackenzie che scrisse due libri Donne pericolose e Le vestali del fuoco (Vestal Fire) dove Capri diventa lo scenario in cui tragedia pettegolezzo e mondanità segnano non solo i caratteri e le ambiguità dei protagonisti maschili e femminili - o meglio androgini - che vi si muovono, interpretando fino in fondo la loro parte, ma anche l’atmosfera di un’epoca in cui il decadentismo, che aveva le sue vere radici nella cultura europea, era arrivato per vie traverse e in ritardo anche a Capri trovando lì i suoi modesti epigoni.
Anche i libri di Mackenzie non valgono quelli del suo contemporaneo Somerset Maugham, cui si è tentati di accostarlo, che con ben altra sottigliezza e abilità romanzesca, senza il supporto caprese descrisse lo stesso ambiente mondano e lo stesso tipo di società.