La prima "villissima" caprese? Jovis, fatta costruire da Tiberio l'imperatore crudele. Ma il boom delle super-case è tutto racchiuso fra Otto e Novecento: ecco il quasi-tempio del medico Axel Munthe, ecco il rifugio del poeta Fersen intitolato "all'amore e al dolore", ecco invece la casa di Curzio Malaparte, un omaggio in rosso alla ragione.

"La mia casa deve essere aperta al sole, al vento e alla voce del
mare, come un tempio greco, e luce, luce, luce ovunque" scriveva nella seconda metà dell'Ottocento il medico svedese Axel Munthe. Il poeta francese Jacques d'Adelsward Fersen voleva invece "una casa che non somigliasse a niente", mentre lo scrittore italiano Curzio Malaparte circa cinquant'anni dopo chiamava la sua dimora "Casa come me".
Sono tre modi di identificarsi con la propria abitazione che diventa di volta in volta luogo in cui appartarsi, approdo, nascondiglio, vero e proprio rifugio, oppure spazio per ricevere, oggetto prezioso da abbellire e poi mostrare, chiedendone l'ammirazione dei visitatori.
Ma sono soprattutto tre modi di intendere Capri. Perché è qui che questi personaggi vollero costruire la loro villa, anche loro innamorati, stregati dalla terra delle sirene, proprio come Ulisse dal loro canto.
Era già successo molto tempo prima. È il 29 a.C. quando Augusto sbarca a Capri. Un po' il fascino di una natura selvaggia e misteriosa, un
po' il fatto che sotto i suoi occhi un ramo di leccio seccato si rimette a fiorire, lasciandogli immaginare presagi positivi, fatto sta che l'imperatore decido di barattare con i napoletani la piccola isola con la ben più grande Ischia.
Scambio molto apprezzato dal suo successore Tiberio che a 68 anni sceglie addirittura di trasferirsi a Capri, governando Roma da quaggiù, attraverso un rapido sistema di trasmissioni visive basato su segnali di fuoco e di fumo. Dei dieci anni capresi di questo imperatore restano le vestigia della meravigliosa Villa Jovis e moltissime storie alcune un po' macabre sui suoi costumi scellerati e sulle sue crudeltà. Sono Svetonio e Tacito che ce le tramandano nei loro scritti, ma qui a Capri era la Bella Carmelina a raccontarlo.
Donna affascinante e grande affabulatrice, accoglieva i visitatori nel suo luogo di ristoro a pochi passi dalla Villa, affascinandoli e terrorizzandoli con le sue narrazioni sull'imperatore cattivo", arricchite con la fantasia tipica di queste parti. Ora Carmelina non c'è più: forse vittima dei suoi racconti e anche della sua grande bellezza che a poco a poco sfioriva, questa ballerina di tarantella che serviva ai tavoli piatti locali e storie succulente, un giorno un po' più triste degli altri ha deciso di togliersi la vita. C'è una lapide che la ricorda tra Via Tiberio e Via Lo Capo. E, nelle leggende popolari, resta l'eco della sua voce ammaliatrice.
Giungere, dopo quasi un'ora di cammino, tra i resti di Villa Jovis, una delle 12 dimore dedicate agli dei più importanti dell'Olimpo volute da Tiberio, è ancora oggi un'esperienza irripetibile. Restano tracce della magnificenza della costruzione, sebbene molti reperti siano stati spogliati e riutilizzati, come ad esempio lo spettacolare pavimento marmoreo che oggi si conserva nella Chiesa di Santo Stefano. Ed è fortissima la suggestione delle rovine, quel senso di malinconia struggente che coglie quando ci si trova di fronte ai frammenti di un passato grandioso, ormai perduto irrimediabilmente eppure vivo nella memoria. Un sentimento tutto romantico alimentato da una natura che da questa collina appare davvero indomabile. Basta affacciarsi dal cosiddetto "Salto di Tiberio" da dove sembra che l'imperatore si liberasse delle persone scomode, per trovarsi di fronte uno spettacolo impressionant.
È facile capire quale sia stato il fascino suscitato da Capri tra la fine dell'Otto e i primi anni del Novecento tra i viaggiatori stranieri, soprattutto poeti, letterati, artisti, scrittori che arrivavano dal Nord. Sbarcavano su questa terra la cui natura sembrava ancora la dimora degli dei e restavano incantati. Se poi erano stravaganti ed eccentrici univano alla nostalgia panica di un mondo pagano, il senso di infinita libertà che derivava dalla grande tolleranza degli abitanti dell'isola.
Un giorno arrivò Karl Wilhelm Diefenbach, "il pittore pazzo". Era nato in Germania nel 1851 e in patria aveva passato non pochi guai per le sue convinzioni teosofiche, per la pratica del nudismo, del vegetarianesimo, dell'amore libero, della comunione tra gli esseri e la natura. Qui a Capri trovò il modo di dipingere grandi tele alimentate da un'immaginazione sfrenata: il mare quasi sempre in tempesta, rocce improvvisamente schiarite da luci lunari, tramonti infuocati, figure in balia degli elementi naturali. Sono tutte conservate nelle sale della Certosa di San Giacomo.
Raccontano Capri con l'occhio visionario dell'artista nordico letteralmente rapito da Sud, Dalla Russia giunge invece Maksim
Gorkij, scrittore, che abita a Villa Blaesus, dove nel 1908 soggiornerà anche Lenin. Lo scozzese Comptom Mackenzie scopre Capri nel 1913 ed è qui che ambienta il romanzo Le vestali del fuocoSua moglie Faith si lega a un altro scrittore, l'austriaco Norman Douglas.
Anche questi lascia due libri inequivocabilmente capresi: La terra delle sirene e Vento del Sud. Tra i più singolari personaggi ecco John Cay MacKowen, il proprietario della Casa Rossa: ex colonnello sudista e schiavista convinto, usava volentieri la frusta ma nello stesso tempo curava gratis i poveri dell'isola. Collezionista di oggetti d'antiquariato fece della sua casa un luogo di esaltazione di un estetismo esclusivo ed eclettico: vi si incontra qualsiasi stile e sull'ingresso ecco in greco antico questa iscrizione: "Salve o cittadino del paese dell'ozio". Ecco cosa era Capri. E le case, come quella di Jacques Fersen, nascevano per "scrivervi poesia per tutta la vita.
Così Fersen chiamava a progettare il suo spazio, lo scenografo Chimot che per lui creò Villa Lysis, consacrata "all'amore e al dolore". Qui, nella stanza cinese, o camera dell'oppio, nel 1923, il poeta si tolse la vita bevendo champagne e cocaina in una coppa
d'argento. Più romantico di così...
Ma sono due le dimore più celebri dell'isola.
Completamente antitetiche. Villa San Michele di Axel Munthe, che ne racconta la creazione nel famosissimo libro pubblicato nel 1929, e Villa Malaparte, voluta e forse anche progettata da Curzio. Se la prima è il trionfo della mescolanza degli stili, un vero museo delle meraviglie che raccoglie oggetti antichi recuperati in varie parti del mondo, la seconda appare come la vittoria della ragione. Un parallelepipedo rosso abbracciato su un lato da una grande scala che porta al tetto-solarium. Isolata sulla punta di Capo Massullo, la casa non concede nulla all'ornamento posticcio. Geniale è l'idea della finestra incorniciata come fosse un dipinto. Un trompe l'oeil al contrario che inquadra una natura così bella da apparire irreale.

Lea Mattarella