Se la storia dei viaggi è, almeno all'inizio, storia delle scoperte geografiche e antropologiche, una sua fonte primaria e un suo luogo privilegiato è lo studio delle antichità fossili, che pure è oggetto di indagine e materia della paletnologia.
Crocevia e luogo di ricerche è stata l'isola di Capri. Alle antichità storiche e preistoriche di Capri sono state dedicate numerose e attente ricerche, sia per il punto di partenza, i ritrovamenti, le scoperte e i conseguenti dibattiti della scienza positivista di fine Ottocento, sia per il punto d'arrivo, la fondazione del Museo paleontologico del Centro Caprense Ignazio Cerio". Tra quel punto di partenza e questo punto d'arrivo si stende l'affascinante storia delle scoperte geologiche e paleontologiche a Capri, un vasto e ricco dominio ancora in esplorazione, che costituisce una specie di tessuto connettivo dell'isola, e che ancora oggi studiosi di varie nazionalità continuano a percorrere. Quello che colpisce
nella storia di Capri è la sua ricchezza storico-paletnologica.
Un itinerario da proporre in questo senso avrebbe un suo fondamento scientifico: un viaggio nei territori nascosti e umbratili della preistoria caprese si può fare non solo conoscendo le reali basi di partenza storiche, ma ancor più tenendo conto della peculiarità di Capri come isola stratificata, dagli ampi orizzonti, affascinante e complessa. Nell'età del positivismo scientifico, verso la metà dell'Ottocento, l'isola ha rappresentato un vero e proprio epicentro di studi e di ricerche, un laboratorio a cielo aperto. Le esperienze della scienza positivista a Capri nel cinquantennio compreso fra il 1860 e il 1910, sono numericamente tantissime e riguardano la botanica, la zoologia, la geologia, la biologia marina, l'archeologia. Ma di questo mondo scientifico che gravitava sull'isola i documenti rivelatori ce li offre soprattutto la paleontologia. Capri ha l'onore di essere il luogo dove, per quanto è dato sapere, sono stati trovati per la prima volta i resti di un mondo animale scomparso da migliaia di anni e tracce della vita e dell'attività degli uomini primitivi. Primi scopritori della preistoria a Capri furono i Romani: lo storico Svetonio racconta che l'imperatore Augusto era solito ornare
le sue ville isolane con oggetti e monumenti della vita primordiale di Capri. Che cosa fossero queste "ossa di giganti" e "armi di eroi" di cui parlava Svetonio, venne chiarito per la prima volta grazie alle scoperte e alle ricerche paleontologiche compiute soprattutto per opera del medico e naturalista Ignazio Cerio (1840-1921). Tanti anni dopo quelle scoperte, Edwin Cerio, il figlio dell'illustre naturalista, nel libro L'ora di Capri (1950) scrive: "Ignazio Cerio volle penetrare più a fondo nella notte dei tempi che è, a Capri, l'alba dell'umanità.
Come Schliemann aveva creduto nella vita di Agamennon, raccontata da Omero, così il medico caprense credette nella Vita di Augusto narrata da Svetonio". L'importante ritrovamento avviene durante lo scavo delle fondamenta per l'ampliamento del più famoso albergo caprese, il Quisisana, nel 1905-06: nei lavori di escavazione, emergono blocchi di imponenti strati di materiale eruttivo, scabri e porosi residui vulcanici, e sotto a questi, adagiata sulla roccia calcarea, una massa di argilla rossa, derivata da un fondale marino prosciugato.
In questa argilla, Ignazio Cerio riconobbe e recuperò alla luce una quantità di resti di scheletri fossiIizzati di enormi mammiferi appartenenti a specie estinte del Quaternario, l'elefante (Elephas primigenius), il rinoceronte (Rhinoceros Merckii), l'ippopotamo (Hippopotamus maior), l'orso (Ursus spelaeus) e il cervo (Cervus elaphus) , nonché di armi e manufatti della prima età della pietra. La simpatia con cui gli ambienti scientifici e accademici del tempo, tranne poche eccezioni, salutarono la scoperta fu vivissima. Le principali riviste scientifiche del tempo divulgarono e seguirono con particolare attenzione gli sviluppi delle ricerche. Chi scorra la letteratura scientifica di inizio secolo non mancherà di notare la
frequenza e l'intensità dei richiami a questa scoperta, che apriva un nuovo capitolo sulla conoscenza dell'uomo preistorico e della geologia dell'isola. La scoperta confermava l'esistenza di tribù primitive di tipo "neanderthaloide" che abitarono l'isola ininterrottamente dal Neolitico all'età del Bronzo; e accreditava la teoria secondo la quale Capti originariamente fosse parte di una macro-zona terrestre, chiamata Tirrenide e che solo dopo lente o violente immersioni e riemersioni e dopo le eruzioni dei vulcani flegrei acquisì, insieme all'intero golfo di Napoli, la sua attuale conformazione.
Se l'Uomo del Circeo abitò quel promontorio circa 70.000 anni fa, allora, scrive Edwin Cerio con fantasia mitopoietica, "più antico doveva essere l'Uomo dell'Isola delle Sirene - d'una antichità computabile solo dalle ossa dei grandi pachidermi di clima caldo ch'egli vide pascolare intorno a sé - intorno a Capri non ancora isola, appunto perché vi pascolavano i pachidermi, ma vetta d'un monte che sorgeva sull'immensa distesa d'un continente - la Tirrenide?
- che la conflagrazione flegrea poi sconquassò". Ignazio Cerio, che fu appassionato ricercatore e collezionista di tutto ciò che riguardava la natura, la storia e le antichità di Capri, aveva già raccolto e conservato degli oggetti provenienti da varie parti dell'isola ed appartenenti all'età neolitica. In località 'Le Parate', sul crinale centrale dell'isola, alle pendici del Monte Solaro, dove egli aveva un fondo, aveva rinvenuto, negli anni intorno al 1874-75, più di mille coltellini e raschiatoi in ossidiana, una pietra vetrosa di origine vulcanica.
Pochi anni dopo, intorno al 1880-81, Cerio esplora la Grotta delle Felci, la più importante stazione preistorica dell'isola, dove si sospettava che avessero soggiornato uomini del Neolitico. I suoi scavi a partire dall'anno successivo portarono alla luce una gran quantità di materiale pertinente ad abitazioni: utensili, armi, ceramiche dipinte, e ancora gusci di conchiglie terrestri e marine, focolari con testi di carbone e ossa di animali bruciati, segno evidente della presenza dell'uomo.
Ma ancora di più: sparsi per la grotta furono trovati anche resti di scheletri umani, frammenti di mascelle e di tibie, che ebbero come risultato quello di far pensare ad un luogo di sepoltura. La Grotta delle Felci rimane tutt'oggi il sito preistorico più studiato e visitato di Capri, a partite dai numerosi scavi successivi alla morte di Cerio nel 1921 condotti dai nuovi rappresentanti della scienza paletnologica, come Rellini e Blanc. Da questo momento in poi l'interesse del mondo accademico e dei ricercatori per Capri e la sua storia più antica divenne sempre più insistente e proficuo ai fini della valorizzazione del patrimonio archeologico e geologico dell'isola. Oggi, tutto questo materiale paleontologico si può
visitare nel Museo del Centro Caprense di vita e di studi intitolato a Ignazio Cerio, vero nume tutelare dell'isola.
Inaugurato il 24 aprile 1939. come sezione distaccata sull'isola
dell'Istituto Italiano di Paleontologia Umana, il Centro ha poi acquisito un suo proprio profilo di Museo paleontologico per opera di Edwin Cerio, nel desiderio di dare all'isola e alla collezione del padre una destinazione e un luogo acclarato che attirasse l'interesse e gli studi nazionali e internazionali.
Situato in Piazzetta Cerio, appena sopra l'altra più mondana e chiassosa piazzetta, quasi autorevolmente a sorvegliarla, il Museo, attivo dal 1948, è stato da poco ricomposto nelle sue strutture, riorganizzato nelle sue teche e funzionalizzato in sale tematiche di gradevole visione e di accesso didattico - restituito così ai viaggiatori nel suo intatto valore storico, con in più quella patina d'antico che ne accresce il fascino di cosa conservata e preziosa. Al suo interno si trovano le collezioni paleontologiche, soprattutto quelle relative alla scoperta del Quisisana, ma anche le collezioni malacologiche e di biologia marina, di zoologia, di archeologia, che furono campo di ricerca e vanto personale del grande ricercatore Ignazio Cerio, che a dire il vero vanitoso non lo fu mai, ma che fu invece il vero e proprio nume tutelare dell'isola e a cui l'isola stessa deve gran parte della sua fama di sito archeologico e storico di grande ricchezza e di particolare, inestinguibile fascino.