Macchie rosse, bianche, gialle, azzurre costellano il Monte San Michele. Le siepi perenni, altissime, intrecciate tra loro in una piccola giungla di rami simili a liane, si sono già liberate dell'inverno.
Il ginepro schiude petali color del fuoco, al pari del lentisco; i fiorellini bianchi dell'erica occhieggiano tra gli aghi; il litosperma sfoggia corolle ora gialle, ora azzurre.
Un'antichissima usanza vuole che adesso, quando appena si annuncia la primavera, le donne capresi vadano a raccogliere un mazzo di ginestre, di margherite, di tutti i primi fiori, l'avvolgano di rosmarino e l'appendano alla porta di casa come augurio di una buona nuova stagione.
Esposta a ogni vento, battuta da furiose mareggiate, l'isola ha un mantello verde così soave, così brillante anche d'inverno, da sembrare in contrasto con la durezza degli elementi. Edwin Cerio arrivò a contarvi 850 specie botaniche; fierissirno purista della capresità, si fermò preso di rabbia con chi aveva importato l'«intrusa» buganvillea contaminando così la purezza mediterranea della flora locale.
La buganvillea non è l'unica pianta «forestiera»: il mirto, a sua volta inizialmente sconosciuto, arrivò a Capri da Roma insieme ai cortigiani dell'imperatore Tiberio. La maggior parte delle piante e degli alberi ha, comunque, misteriose origini spontanee, frutto di una terra prodigiosa.
Querce, lecci, pini, palme: attraversandone i boschi nelle montagne capresi s'entra in un giardino incantato di mille tonalità diverse, carico di misteri naturistici.
Siamo nel periodo dell'anno migliore per godersi la Capri dei capresi, l'isola semplice lontanissima dal mito mondano che d'estate fa della Piazzetta una passerella fatua e di via Camerelle una specie di Rodeo Drive losangeliano in miniatura. Ora si ritrova in pieno il borgo d'impianto medievale, nell'alta stagione praticamente chiuso alla vista dalla folla.
Una volta arroccato dietro protettive mura di cinta, il centro storico è un intrico di stradine - tagliate da archi, cortili, loggiati, camminamenti coperti - che sboccano tutte davanti all'ex cattedrale barocca di Santo Stefano.
E custodisce la memoria paesana: dall'epoca in cui l'isola dovette contrastare i predoni saraceni fino all'avvento del turismo segnato dalle griffe perfino sotto le millenarie volte di tufo vulcanico.
Un Medioevo meno contaminato è quello della Certosa di San Giacomo, eretta nel Trecento, distrutta due secoli dopo dai barbareschi, rimessa subito in piedi dai monaci. Tra borgo antico e certosa l'architettura caprese mescola alcuni suoi elementi caratteristici: gli influssi arabo-siculi venuti da Amalfi in epoca bizantina, l'eremitica semplicità delle fabbriche conventuali, la tradizione delle coperture a volta nata in tempi antichissimi.
Chiostro grande (sul quale si aprivano le celle monastiche), chiostrino (cinto da un portico di colonne d'età in parte romana, in parte bizantina) e interni della Certosa riuniscono in un unicum le impronte storiche dell'edilizia isolana.
Ma è usciti dal paese, affrontando i percorsi rupestri, che s'incontra la Capri esclusivamente «caprese». Nell'Ottocento nessun pittore nordico approdato sull'isola - e furono tanti - pesi che salivano gli oltre ottocento gradini della Scala Fenicia scavati nella roccia da Marina Grande ad Anacapri: non fenicia, bens“ greca, a testimonianza di primordiali presenze ioniche a Capri, era allora l'unica via per raggiungere l'altopiano.
Oggi è possibile ripercorrerla in parte, fruendo dei circa 150 gradini restaurati di recente. Scalata da brividi, come da brividi è ridiscendere da Anacapri per il Passetiello, un tracciato sul bordo delle rupi che nel 1808 serì ai soldati franco-napoletani di re Gioacchino Murat per sorprendere gli occupanti inglesi sottraendo loro l'isola. Sentieri di montagna e strapiombi sono ambienti da schiappaiuolo, figura che non ha pari altrove: un po' rocciatore, un po' cacciatore, un po' pescatore, sa scalare i Faraglioni a piedi nudi, riempire una barca d'aguglie e catturare un coniglio selvatico usando un cappio di fili d'erba.
Lo schiappaiuolo svela gli arcani della natura caprese. S'arrampica in cima a un faraglione, torna giù portando in tasca una lucertola blu, la tiene a terra giusto il tempo che diventi marrone in virtù d'un mimetismo stregonesco; a dimostrazione avvenuta, va a rimetterla al suo posto. In quattro palmi di prato chiuso da, spuntoni rocciosi, tra una variet€ infinita di verdure selvagge sovrapposte l'una all'altra sceglie veloce, senza il minimo tentennamento, quelle buone per la minestra: arte di gente una volta poverissima. La mattina presto lo schiappaiuolo s'apposta sulla cresta d'una scogliera e attende che abbia luogo un duello tra gabbiani e falchi pellegrini. Questo accade quando i gabbiani attaccano i falchetti che stanno imparando a volare: a quel punto, i genitori dei piccoli si gettano in picchiata a cento all'ora e, raggiunti gli aggressori, spezzano loro il collo con un colpo di becco. La rivalità tra gabbiani e falchi è nata con l'aumento dei rifiuti scaricati a mare, cosa che ha attirato i gabbiani e, in virtù della loro più forte presenza, ha reso difficile la vita alle solitarie famiglie di falchi, rimaste in quattro o cinque da molte che erano. Lo spettatore del duello aereo è in realtà testimone di un malessere ecologico.
Altro osservatorio - questo colto, disinteressato e caprese solo di vocazione - è l'Oasi del Monte Barbarossa, alle spalle di Villa San Michele, dove la Fondazione Axel Munthe ha fatto impiantare una stazione ornitologica che «ferma» gli uccelli durante il periodo del passo migratorio, li «targa» con anellini di riconoscimento alle zampe e li rilancia in aria liberi: serve a ricostruire il percorso della migrazione. L'Oasi si percorre per erti viottoli punteggiati di minuscoli cartelli - indicano un'erba rara, l'albero che ospita un nido, il covo di un animaletto nascosto, l'edicola di legno che custodisce curiosit€ botaniche - partendo dal giardino di San Michele e giungendo alla sommità del monte, dove svettano i ruderi di un castellaccio. L'osservatorio vuol essere omaggio ad Axel Munthe, tra primi a battersi contro l'usanza barbara di maltrattare gli uccelli.
Di Capri, Munthe amò sia i luoghi sia le leggende. Riempì la sua San Michele di reperti d'epoca romana: statue, lapidi, capitelli, iscrizioni, marmi, riesumati da scavi archeologici ed esposti tra casa e giardino. Dalla villa vedeva gli scogli della costa sorrentina dove le sirene d'Ulisse irretivano i naviganti; l“ leggeva Virgilio, scrutava il mare che, secondo la leggenda, avrebbe nascosto una statua d'oro dell'imperatore Tiberio... Svedese e medico, quindi da supporre uomo razionale, subiva anch'esso i sortilegi di Capri, cominciando dai segni dissotterrati negli scavi delle residenze tiberiane di Villa Jovis e Damecuta. Villa Jovis, sulla sommit€ del Monte Tiberio (la si raggiunge al termine di una lunga camminata panoramica), si considera il simbolo del potere imperiale di Roma. Scelto d'abitare lassù, impiantatovi un palazzo scenograficamente magnifico che copriva almeno a vivere sul limite di precipizi da nido d'aquila. Alloggi, terrazze, bagni e cisterne, ninfei, logge, perfino una turrisphari dalla quale messaggi e uno specularium per le contemplazioni astronomiche: aveva a Capri una villa più splendida di quelle romane. Gli scavi, ultimati negli anni Trenta in maniera mirabile dall'archeologo Amedeo Maiuri, ne attestano la grandiosità.
Dall'altro lato esatto dell'isola, fronte a Ischia, sorge una seconda residenza imperiale: Damecuta. Tiberio l'abitava d'estate, profittando dei venti freschi di ponente, e passeggiava lungo una terrazza costruita sull'orlo di un pendio. Gli archeologi sostengono che fosse decorata di marmi, di statue, di dipinti andati perduti durante razzie ottocentesche.
Ne è chiaro, però, il disegno; e, oltre alle tracce di mura, pilastri, parapetti, s'è salvato il torso d'un efebo marmoreo.
La statua ha fatto rievocare le pagine di Svetonio su Tiberio, preda - a dire dello storico - d'irrefrenabili libidini, dedito a quei riti orgiastici nelle grotte che stanno all'origine della nomea di Capri seducente e nefanda, solare e oscena. Villa Jovis e Damecuta sono due visite colte ma anche passeggiate affascinanti.
Capri consente di raggiungere a piedi molte sue mete naturistiche seguendo tratturi, viottoli, sentieri da montanari. La Migliara, sperone che domina il faro di Punta Carena; Pizzolungo, da esplorare al ritorno dall'Arco Naturale; il Parco Astarita prossimo a Villa Jovis; la Canzone del Cielo e l'eremo di Cetrella sul Monte Solaro: ecco la Capri dei capresi quando possono riappropriarsi del loro territorio. E dei non capresi inclini, turisti fuori stagione, alla bellezza dei fiori, delle scogliere muschiose, degli uccelli di passaggio, dei boschi sempreverdi, della luce, dei paesaggi limpidissimi, offerta dalla primavera in arrivo.