Raffaele Vacca

Il locandiere e notaio caprese Giuseppe Pagano, il marinaio isolano Angelo Ferraro, il poeta scrittore e
pittore tedesco August Kopisch e il suo connazionale, il pittore Ernst Fries, hanno davvero scoperto la Grotta Azzurra il 17 agosto 1826? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe sapere se la grotta, posta nella parte nordoccidentale dell'isola, fosse davvero conosciuta dai marinai e dai pescatori di Capri. Ma saperlo è difficile, anzi ormai impossibile.
Il ritrovamento, avvenuto nel 1964, sul suo fondo di due statue corrose, che pare rappresentino Tritone e Poseidone, ha confermato, come era stato supposto, che la grotta era nota al tempo di Tiberio, quando poteva ben essere un ninfeo marino. Ciò non vieta che prima del 17 agosto 1826 potesse esser ritenuta abitazione del diavolo «con molti spiriti maligni», e quindi risultasse psicologicamente inaccessibile.
Su quel che avvenne il 17 agosto 1826 è fondamentale la breve monografia di August Kopisch, intitolata La scoperta della Grotta Azzurra, pubblicata a Berlino nel 1838, in «Annuario Italia». Essa riprendeva la lunga lettera che Kopisch aveva inviato alla madre da Napoli il 5 settembre 1826, e ampliava la brevissima relazione da lui scritta nel registro delle firme degli ospiti della locanda Pagano, nello stesso 17 agosto 1826, con la quale per la prima volta alla grotta viene dato il nome di Azzurra.
August Kopisch, un giovane di ventisette anni, ed Ernst Fries erano giunti a Capri nell'estate del 1826 e avevano preso alloggio nella locanda Pagano. A quel tempo l'isola sembrava ancora «uno scoglio dove abitava un semplice popolo di pescatori e giardinieri, e lo scalpitar dei cavalli e il rotolar delle carrozze erano sconosciuti». In una dolce sera, mentre stavano programmando un giro dell'isola in barca a remi in compagnia del cinquantaseienne locandiere, questi gli svelò che fin dalla giovinezza aveva sentito il desiderio di entrare a nuoto e di esplorare una grotta che si trovava a nordovest dell'isola che era considerata luogo di spiriti e di diavoli.
Ma non aveva trovato mai nessuno disponibile ad accompagnarlo. Disponibile si dichiarò subito Kopisch, il quale riuscì a persuadere anche Fries.
E la spedizione fit progettata per il giorno dopo, con l'assenso del marinaio Angelo Ferraro, chiamato per il giro dell'isola, e nonostante le argomentazioni contrarie del fratello del locandiere, il canonico Nicola. Questi non solo non riuscì a dissuadere i quattro, ma anzi si aggiunse un quinto, il dodicenne Michele, figlio del notaio. E quando partirono da Marina Grande c'era anche un sesto, l'asinaio Michele Federico.
Salirono su una barca che rimorchiava un'altra più piccola, contenente due tinozze, i padellini della pece, le lanterne e le funi.
Il primo a entrare nella grotta fu Angelo Ferraro. Era su una tinozza che spingeva a remi, che aveva davanti legata un'altra tinozza con il fuoco di pece. Lo seguì August Kopisch a nuoto. Dopo entrarono Fries e Pagano, che era stato preso da qualche timore all'ultimo momento. Vennero poco dopo, sempre a nuoto e con grida festose, l'asinaio e il figlioletto di Pagano, dopo aver consegnato le due barche ad altri marinai. Avendo appreso da Giuseppe Pagano, uscito dalla grotta lasciandovi gli altri, quel che era avvenuto, vi entrò a nuoto anche il proprietario del terreno sovrastante. Fries e Kopisch disegnarono due vedute della grotta, che fu oggetto di una prima esplorazione. Poi, col fermo proposito «di indagarla fino in fondo un'altra volta», Fries e Kopisch risalirono sulla barca di Ferraro e ripresero il giro dell'isola, mentre con la barca più piccola, dove erano state messe le tinozze, le cartelle da disegno e le sedie da campo, l'asinaio Michele Federico e il piccolo Michele Pagano ritornarono a Marina Grande. Giuseppe Pagano se ne era andato sulla barca di un pescatore.
La Grotta Azzurra è una delle 55 grotte del litorale dell'isola (quelle interne sono 12). Dai turisti, che vi entrano sdraiati su una piccola barca, viene visitata solo una parte, il Duomo Azzurro, che ha una lunghezza massima di circa 25 metri. La profondità in prossimità dell'ingresso (largo 2 metri e alto 1) è di circa 22 metri, con un fondo di sabbia bianca. Essa si riduce a 20 nel centro e a 14 metri presso la parte meridionale. La volta invece sale rapidamente dall'ingresso verso l'interno, raggiungendo 14 metri d'altezza nel punto più elevato.
La Grotta fu chiamata «azzurra» per il suo singolare effetto luminoso, dovuto alla luce del giorno che, entrando nel Duomo Azzurro attraverso una finestra sottomarina (che si apre sotto l'ingresso, ed ha un'altezza di una ventina di metri), subisce una filtrazione da parte dell'acqua che lascia passare i colori azzurri e assorbe i rossi.
Il nome le fu dato anche se Kopisch aveva sperimentato che oggetti immersi in quell'acqua azzurra diventano di un argenteo splendore.
Un piccolo approdo interno, consistente in una piattaforma spianata artificialmente, posta nell'angolo sudoccidentale del Duomo Azzurro, rivela che la Grotta non si limita a questo.
Lì si apre la Galleria dei Pilastri, suddivisa in tre rami comunicanti che confluiscono, dopo circa 20 metri, in una caverna interna a cupola, alta circa tre metri e larga in media cinque, detta la Sala dei Nomi (così chiamata per le numerose firme di visitatori che appaiono sulle pareti). Dopo la Sala inizia un budello piuttosto difficile da percorrere, lungo circa 100 metri, detto il passaggio della corrosione, che conduce in una caverna pianeggiante, scavata nello spessore dei banchi rocciosi e nella quale il suolo è coperto di sfasciume detritico, detta la Sala della corrosione. Da questa si diramano stretti passaggi tortuosi, che sono stati esplorati finora solo con la fantasia.
Nella parete a sudest della grotta a circa due metri sopra l'acqua c'è una fenditura, dalla quale esce corrente d'aria fredda. Chi arrampicandosi oltrepassa la fenditura, dopo aver percorso un cunicolo di circa sette metri, giunge a una seconda grotta azzurra. Essa ha forma circolare e un diametro di circa otto metri. E in comunicazione con la grotta grande anche per due aperture subacquee divise da un pilastro naturale. L'acqua di questa seconda grotta è illuminata da quella della prima, la luce è assai più debole ma anche più intensamente azzurra.
Sul promontorio sovrastante la Grotta Azzurra sorgeva la Villa imperiale di Damecuta, dove Tiberio trascorreva l'estate, godendo il fresco vento di ponente. Dissentendo da altre interpretazioni, Italo de Feo ha sostenuto che, proprio per l'esistenza della grotta, Damecuta è un composto di daimon e kute, che significa «la grotta del dio». Essa, con i suoi giochi di luce e di acqua «doveva autorizzare da tempi antichissimi un'interpretazione religiosa del luogo». Ha aggiunto che, «anima profondamente inquieta, nonostante il suo volto di generale e di governo, Tiberio cercava a Damecuta la rivelazione dell'arcano che può salvare il mortale dal nulla». E l'onda che chiudeva a volte l'antro marino, rendendolo inaccessibile, gli sembrava una parola dell'Eterno. «È la parola scritta nel gran libro delle creature, che l'animo ansioso del segreto delle cose può sempre leggere nella meraviglia dell'isola di Capri».

UNA LOCANDA DI NOME PAGANO
La Locanda Pagano, aperta quasi certamente nel 1818 dal notaio Giuseppe Pagano, è considerata il primo albergo dell'isola di Capri. Continuò a essere denominata Hotel Pagano fin dopo il termine della Prima guerra mondiale, quantunque nel 1845 si fosse tentato di chiamarla dapprima Hotel Vittoria e poi Hotel Pagano Vittoria. Fu ricercata da pittori, poeti e intellettuali tedeschi.
Lì il poeta Victor von Scheffel scrisse Il trombettiere di Säkkinger, pubblicato nel 1854 e destinato a un lungo successo. Nel 1922, dopo esser stata venduta dagli eredi di Giuseppe Pagano, prese il nome di Hotel La Palma, dalla bella e maestosa palma che si ergeva nel giardino, clic era stata descritta in quasi tutti i resoconti di viaggio a Capri, e che fu purtroppo abbattuta nel 1962 da un violento nubifragio.