Fu alle bocche di Capri, tra la punta detta della Campanella e l'ingresso all'isola, che Ulisse incontrò le sirene, ne udì il canto melodioso e fu soggiogato dalla magia del luogo. Ancora oggi in quel tratto di mare le correnti diventano all'improvviso irruente e spesso pericolose e, ancora oggi l 'pescatori, le barche e le navi che vi passano, aggirano con ansia la punta da cui sembra davvero provenire una misteriosa minaccia e insieme un'incomprensibile attrazione. Probabilmente la leggenda nasce dal fatto che l'isola è di una tale bellezza che si resta incantati ad ammirarla, incapaci di staccarsene, schiavi di una fascinazione e di una melodia che dall'isola sembrano scaturire. Appena mezzo secolo fa, ti Capri si giungeva con piccole barche e motonavi, non esistevano gli aliscafi e non si usavano le automobili ma, per salire alla cittadina, si utilizzavano i muli o le carrozzelle. Cinquant'anni hanno trasformato l'isola e l'intero Golfo di Napoli, dipinto soavemente nelle gouaches e decantato dai poeti. Ma alcuni tratti sono rimasti, immoti e composti, incantevoli e indistruttibili. "Napoli è bella, Pompei è interessantissima, ... ma l'isola di Capri è un miracolo. Sì, un miracolo! E non perché possiede la meravigliosa Grotta Azzurra, ma perché tutta l'isola incantata è un vero tempio alla Dea Natura, l'incarnazione della Bellezza...». Così Ivan Sergeevic Turgenev scriveva nel 1871 ad un amico che, nel suo Viaggio in Italia, aveva trascurato di visitare l'Isola di Capri. Su quest'isola poi, giungerà una colonia russa di poeti e scrittori e in seguito, prima del 1917, un gruppo di 'bolscevichi', che rischiò di soccombere al fascino del luogo e di rinnegare persino la lotta e Marx... Questo per dire come bellezza e armonia siano capaci di commuovere e suscitare sentimenti buoni. In effetti, il Golfo delle Sirene, per quanto oggi aggredito da un turismo disordinato, distratto e spesso inconsapevole di recar danno all'equilibrio della natura con comportamenti sconsiderati continua a rappresentare uno dei punti fermi della bellezza nel nostro Paese.
Il suggerimento è di recarvisi, di visitare i 'luoghi, alcuni dei quali presentiamo in questo numero, ma con il desiderio di vedere, di conoscere, di capire e di averne il massimo rispetto. Il turismo è sacrosanto, significa per un paese ricchezza, scambi culturali, vivacità, in una parola, vita. Ma troppo spesso questa importantissima risorsa, si scontra con la delicatezza delle strutture e di un patrimonio artistico e paesaggistico antichissimo e fragile.
E' difficile programmare una politica di promozione culturale e turistica che tenga conto di queste esigenze troppe amministrazioni appaiono impreparate ma è necessario per il nostro Paese che ci sia questo impegno e che si curi rigorosamente il movimento turistico coniugandolo con il rispetto dovuto ai luoghi; alle opere, ai monumenti; al paesaggio. Un richiamo a quanti sono responsabili ed operano in questo settore, una critica che nasce dal vedere intorno a noi un progressivo e incontrastato degrado, una minaccia molto seria non solo alla storia e alla cultura, che purtroppo sappiamo contare sempre di meno, ma anche all'economia e all'immagine. Capolavori dell'arte e della natura si vanno perdendo o, quanto meno, modificando e non è colpa del trascorrere del tempo ma il più delle volte dell'ignoranza degli uomini e della loro incapacità. Da tempo si dice che Napoli è a rischio di estinzione; la causa è la possibile, e ormai dagli scienziati ritenuta prossima, eruzione del Vesuvio. Ma anche gli uomini hanno fatto la loro parte con una dissennata e selvaggia urbanizzazione. Da visitare, in Italia, ancora molte sono le località che riservano sorprese piacevoli; dove si trovano "cose" inedite e preziose, come la terra dei 'Gran Gigli d'Oro', ovvero i luoghi dei Farnese attorno al Lago di Bolsena, o le Abbazie che sul nostro territorio sono presenti, numerose dal Nord al Sud, ricche dei segni di una devozione antichissima e autentica. Se le nostre vacanze sapranno essere educate torneremo a casa più consapevoli dei valori del nostro grande Paese.

IL TEMPIO DELLA LUCE
Villa San Michele ad Anacapri: dimora di Axel Munthe, medico svedese e uomo di straordinario talento, "aperta al sole, al vento, e alla voce del mare come un
tempio greco e luce, luce, luce ovunque"!

Silvia Huober

L'ho costruita sulle mie ginocchia, come un santuario al sole" (Axel Munthe).
Se Il Ventre di Napoli si può considerare l'acquaforte goyesca di una Napoli che nessuno prima della Serao aveva saputo guardare con tanta intensità, c'era un contemporaneo della femmejournaliste che seppe starle al passo. Era Axel Munthe (18571949), che si rivelò uno scrittore di talento con le sue cronache sul colera napoletano del 1884, vere e proprie lettere uscite con il titolo originario di Far Napoli Svedese di nascita, caprese di adozione, fu il medico di Francia, per giunta straniero, più giovane di tutti i tempi. Un uomo dall'intelligenza irrequieta, svolse la sua attività professionale dapprima a Parigi, interessandosi alle malattie nervose che curava specialmente agli artisti svedesi che vi risiedevano e poi a Capri. La sua opera più famosa, La storia di San Michele, come dimostra la sua traduzione in 55 lingue, fu pubblicata per la prima volta a Londra nel 1929. Più che un'autobiografia sarebbe troppo semplice definirla tale è in realtà una storia di Vita, il racconto di un'armonica relazione tra un uomo e l'ambiente che lo circonda, tra Munthe e la sua creatura; la Villa San Michele, appunto, e il paesaggio comprensivo della flora e della fauna circostanti. La storia di San Michele è un racconto situato tra la realtà e la finzione, dallo sfondo filosofico che suona come la realizzazione di un sogno. Ancora oggi visitare la Villa San Michele, lasciata da Axel Munthe alla sua morte, nel 1949, allo Stato svedese e dal 1950 sede della Fondazione San Michele, è come riprendersi un qualche cosa che credevamo perduto, godere del privilegio di vivere un pezzo di storia e di cultura caprese, cogliere una occasione per emozionarsi e contemplare l'arte e la bellezza. Della risorsa creativa dello scrivere, così come della sua depressione, Axel sembrava profondamente consapevole quando affermava: "scrivere mi distrae e credo che dovrei continuare a farlo perché mi impedisce di addormentarmi del tutto in questa mia vita buia e triste". Le parole di Munthe rivelano una malinconica insofferenza per la vita, che peraltro non gli impedì di essere generoso e di aiutare gli indigenti. Se è vero quanto afferma Malcolm, figlio di Axel, quest'ultimo ebbe l'anima del collezionista e del conquistatore e la sua vita si rivelò una continua sfida per ottenere, per raggiungere traguardi ambiziosi. Ebbe fortuna, denaro, belle donne così come visse i suoi momenti di ombra che si contrapponevano alla luce accecante di Capri, quella luce che non poté più sostenere con lo sguardo a causa di una progressiva cecità. L'uomo Munthe era comunque straordinario, una persona meravigliosa a detta del poeta Rainer Maria Rilke, un vero e proprio misantropo secondo il critico Warburg. Munthe fu un uomo fatto di contrasti: un amante della solitudine che si sapeva muovere in ambienti mondani, un medico con un cuore di filantropo e un antiquario dai gusti raffinati, un asceta ma al contempo un esteta. C'è stato chi ha paragonato Munthe, almeno negli anni della sua giovinezza, ad "un burrascoso vento nordico che non si sarebbe fermato davanti a nessun ostacolo", ed egli va ricordato soprattutto per il suo rapporto con Capri. Seppe adattare la sua vita a quella degli isolani , sentendo l'emozione salvifica che solo il "germogliare dell'amore per la natura" sa dare. La prima volta che visitò Capri fu a 18 anni, vi ritornò diverse volte negli anni Ottanta, sempre coltivando il sogno di avere una casa tutta sua ad Anacapri. Fu un'interruzione drastica con il mondo parigino, e con il medico Charcot, a fargli prendere la decisione di trasferirsi nell'isola e, fatta eccezione per un soggiorno romano, vi risiedette per 68 anni. Pur essendo molto riluttante a farsi fotografare, abbiamo diverse sue istantanee eseguite durante il periodo dell'esilio nel 1888-89 sullo sfondo dell'isola; un'altra volta è immortalato nel momento di firmare l'edizione inglese della Storia di San Michele, mentre un'immagine diversa lo ritrae seduto al pianoforte. La musica, dato che Munthe era dotato di una bella voce e cantava da baritono leggero, gli fu di conforto specialmente durante il periodo della sua progressiva malattia agli occhi. Axel scelse la cappella medievale come biblioteca e sala da concerti, ambiente che ancora oggi conserva questa funzione, ma costruì la sua casa sui resti di un'antica villa romana. San Michele per la sua leggiadra posizione e per il fascino del suo proprietario divenne luogo di incontro e di attrazione per scrittori e artisti famosi come Oscar Wilde, Henry James, Rainer Maria Rilke. Nel 1899 lo scrittore acquistò anche il castello di Anacapri8 nel quale non apportò molti cambiamenti, ma contribuì ad incrementarne la fama con le visite da parte di artisti e viaggiatori. Axel trascorse gli ultimi anni della sua vita oramai cieco nella Torre di Materita, non tollerando più la luce accecante della villa stessa. Nel 1943 il medico tornò definitivamente in Svezia sempre, come dimostrano i suoi scritti, patendo una sorta di nostalgia per Capri che divenne, simbolicamente, la sua "isola che non c'è", il luogo del non ritorno e la meta "irraggiungibile" più amata e desiderata.
Vediamola la Villa San Michele, progettata da Axel stesso, sui criteri di un'architettura mista, citazione di stili e di edifici diversi, mosaico di variegate epoche e culture. Senza dubbio l'edificio è arioso e si avverte che incarna le emozioni e i pensieri del suo artefice. E' il riflesso del suo gusto, del suo pensiero, specchio del suo amore per le cose. Non mancano i reperti antichi provenienti dal continente, vi si trovano copie ma anche opere d'arte originali, sia in marmo che in bronzo, come se la presenza di questi oggetti e la loro memoria, potesse consolarlo in vita e oltre. Antiche effigi fanno le veci, come si trattasse di Lari o Penati, di guardiani della casa.
Già entrando nel vestibolo c'è un'immagine del sole e della luce, un frammento marmoreo murato nella parete, allusivo elogio all'arte, alla vita e alla bellezza e un cippo funerario che richiama alla vanitas vitae. Un'allusione alla natura e al mondo degli animali, in difesa del quale Axel si dedicò con passione, si trova nel mosaico con l'iscrizione: "Cave canem". All'interno della villa compare spesso il motivo architettonico della volta con colonna centrale che scandisce lo spazio come un intermezzo musicale. Nella sala da pranzo c'è un mosaico romano raffigurante uno scheletro che reca in una mano una caraffa d'acqua e nell'altra del vino. Questa raffigurazione può avere una duplice valenza: contiene forse un messaggio di moderazione, di prudenza o un invito al carpe diem, cioè a godersi la vita nel presente. Tramite un'apertura a volta si entra nella cucina, un ambiente caprese nel vero senso della parola, dotata di antichi utensili che provengono dai diversi punti dell'isola. Tuttavia, uscendo nell'atrio si ha l'impressione di trovarsi in un vero e proprio impluvium romano, il punto di raccolta dell'acqua piovana, dato che a Capri le risorse idriche sono sempre state scarse e quindi da considerarsi preziose. Sulle pareti di questo cortiletto sono stati murati epigrafi, epitaffi, antichi frammenti architettonici e, a protezione apotropaica dell'ambiente, domina una scultura medievale di San Michele. Dall'atrio una scala conduce ad una loggia e ad una camera da letto dove, per quanto riguarda l'arredamento, regna una varietas insolita; difatti accanto ad un letto in ferro battuto siciliano del Quattrocento si trovano mobili rinascimentali e settecenteschi e nella parete si apre una nicchia contenente una copia in bronzo di un Narciso. Passando nel Salone Francese troviamo diversi esemplari della Storia di San Michele, pubblicata negli anni '40, un bel ritratto dello scrittore all' età di 83 anni e un motto sulla parete: "Oser, vouloir, savoir, se taire". Da qui passiamo in una veranda a vetri dove sono conservati alcuni reperti antichi, in particolare un sarcofago romano ed una stele funeraria e due grifoni in marmo che sembrano avere le veci di vigilanti. Lo studio doveva essere forse l'ambiente preferito di Munte. Qui l'atmosfera è accogliente, il pavimento a mosaico di neri tasselli proviene da una villa romana e spiccano per la loro bellezza una testa di Afrodite in marmo e una votiva etrusca risalente al 450 a.C., il pezzo più antico della casa. Un piccolo passaggio conduce alla loggia delle sculture. La collezione d'arte di Munthe è disposta all'aperto, ma coperta da una loggia con arcate che circonda un piccolo cortile dove si trova una copia del Putto con il delfino del Verrocchio. Proseguendo troviamo un tavolo a mosaico cosmatesco e la copia in bronzo di un Mercurio in riposo che Napoli donò a Munthe in segno di gratitudine per il suo aiuto durante l'epidemia di colera del 1884.
Uscendo dalla villa si percorre un loggiato diventato in seguito un pergolato. Qui il giardino si sviluppa dipanandosi in terrazze, splendidi punti panoramici, luoghi raccolti con panchine e aree più aperte. Questo angolo di verde è decorato con vasi, splendide anfore antiche e leggiadre piccole sculture. Ogni stagione offre una diversa fioritura, vi si trovano azalee, camelie, ortensie e glicini, esemplari della macchia mediterranea e oltre. Gli alberi sono di diversi tipi: pini, cipressi e perfino palme. Nella parte superiore del giardino, collegata con quella inferiore mediante una scala, si scorgono i resti di una costruzione romana di epoca imperiale, coperta da un mosaico bianco e nero con tracce di affreschi in rosso pompeiano. Nelle immediate adiacenze si trova la cappella di San Michele che nel medioevo fu dedicata, come dice il nome, all'arcangelo Michele. Axel trovò questo ambiente, che era stato trasformato dalle truppe inglesi e francesi in una polveriera e lo restaurò restituendogli il carattere di un edificio religioso. Entrando, si trova un ambiente buio con alcune statue lignee di santi, l'effige del diofalco egizio Horus accanto ad un fonte battesimale con motivi a mosaico del Duecento circa che doveva in origine essere un'acquasantiera. Ogni estate si organizza nella cappella un interessante programma di concerti di musica classica che di solito si svolgono la sera. Inserito nel muro esterno della cappella si trova un antico bassorilievo con una maternità che doveva far parte di un complesso monumentale funerario più grande. Non lontano dalla cappella si trova l'Oliveturn, un padiglione naturalistico, perfettamente consono con l'ambiente circostante dove è possibile vedere in mostra un esauriente campionario di flora e fauna locale caprese. Scendendo una scala incontriamo una testa di Hypnos, illuminata da una luce che la mette in particolare risalto; si tratta di un'allusione e di un omaggio al dio del sonno, gemello di Thanatos dio della morte. Certamente nel porre questa scultura ai limiti del suo giardino Axel voleva indurre il visitatore a compiere una pausa di riflessione sull'amletico "moriredormire", ma sappiamo che come medico fu attento alla psicoanalisi e lui stesso praticò l'ipnosi. Passeggiando nel suo giardino Munthe pensava che fosse necessario creare delle occasioni per meditare sulla vita, sulla vecchiaia (vedi il monumento di Lucio Careio con una realistica rappresentazione della più tarda età della vita) e, perché no?, sulla morte, come l'urna cineraria romana, posta sulla destra della scala, sembra confermare.

SIRENE AL BAGNO
L'abbigliamento balneare, dai paludamenti ottocenteschi al bikini: un'evoluzione che accompagna il processo di liberalizzazione del corpo e della mente. La vacanza richiede una moda libera, comoda, adatta agli sport e, se la meta è Capri, soprattutto trasgressiva.

Donata Campisi

È tempo di vacanze e il mare diventa il grande protagonista dell'estate, assai più, come confermano puntualmente le statistiche, della montagna o della campagna.
Il mare significa, almeno nel nostro Paese, sole, bagni, sport, ma anche 'abbigliamento' particolare, toilettes adatte per prendere il sole e per nuotare, ma soprattutto per mostrare il proprio corpo, che si cerca di tenere sempre più in forma. Il mare nostrum, dalla riviera ligure all'adriatica, dalla costiera amalfitana alle isole del Golfo, richiede un abbigliamento di classe, studiato per le esigenze delle vacanze, spesso più costoso e chic di quello 'da città' e che si adegua ai luoghi prescelti, più semplice e comodo per le spiagge romagole e toscane, più esotico per le località lontane, assolutamente sofisticato per le isole della mondanità, specie se l'isola si chiama Capri. Qui la moda è originalità e seduzione: esclusivi i costumi di Capri, i profumi di Capri, i sandali di Capri, e via dicendo.
La scoperta del mare come luogo di vacanza e la pratica dei bagni di mare sono relativamente recenti nella storia della società. Fu Giorgio II d'Inghilterra (1683-1760), il fondatore dell'Università di Gottinga e del Museo Britannico, che diede il via ai bagni di mare, un'operazione che, allora, avveniva seguendo un complesso cerimoniale e che prevedeva 'costumi' quanto mai castigati. Il bagno significava immergersi e nulla più. Il nuoto, specie alle donne, sarà consentito e verrà praticato molto più tardi. E sarà sempre l'Inghilterra, proprio laddove la rivoluzione industriale aveva provocato non poche tensioni sociali, religiose, politiche e morali, ad anticipare i tempi, a creare strutture balneari e termali, ad annunciare forme di 'trasgressione', che rivendicavano nuova libertà per il corpo e la scelta di un abbigliamento più comodo e disinvolto. Alla fine dell'800 il coprirsi dasguardi indiscreti, mostrando pudore nell'esporsi è ancora la regola, come si comprende leggendo, ad esempio, i consigli riportati dal "Corriere delle Dame" nel giugno del 1862: "indossare un paio di pantaloni assai comodi, legati in cintura, lunghi fino al garretto, raccordati ad un corsetto in modo da formare un solo pezzo unito e con grandi maniche ...".
Agli inizi del Novecento la villeggiatura è un fatto acquisito, e dietro questo fenomeno sociale, pur se ancora 'di classe', si muovono interessi economici, progetti di complessi balneari e piani edilizi; ma, contemporaneamente, anche la moda, con tutte le sue implicazioni, non escluse quelle morali', comincia a dettare le sue leggi. Si impongono toilettes più libere e ridotte, come le riviste di moda vanno presentando. Dunque, è nel Novecento che ha inizio la vera 'rivoluzione' del costume balneare.
Uomini e donne, un tempo rigorosamente cparati e ben coperti, I frequentano gli stessi bagni con una disinvoltura che interessa ora anche l'abbigliamento. Nel Novecento, del resto, anche le località balneari diventano sempre più frequentate e di moda. A Viareggio da un lato e Riccione dall'altro, fanno da contrappunto le magiche isole del Mediterraneo.
Capri, già nei primi decenni del Novecento è meta di turismo: certo, si va ancora a dorso di mulo, o a piedi, dalla Marina Grande alla Piazzetta; Marina Piccola e il suo celebre scoglio delle Sirene è ancora poco frequentata; le signore dell'alta società internazionale e le dive di Hollywood non sono ancora giunte in massa... Ma ben presto Capri come Ischia e Procida, per parlare solo del Golfo di Napoli, diventeranno i luoghi del turismo vip per eccellenza. E la moda? Seguirà anch'essa i capricci del tempo, l'estro degli stilisti, le richieste più sofisticate delle signore. Costumi di ogni foggia e colore, sempre più liberi ad accogliere i raggi del sole e gli sguardi indiscreti. Al costume ottocentesco con calzoncini e tunichetta ricordiamo una tenuta tipo riportata da "Il Mondo Illustrato" il 25 luglio del 1870: "Una blusa nera con larghe maniche aperte, pantaloni rossi e rossa ugualmente la sciarpa, il tutto bordato con nastro di lana con la caratteristica frangia a palline guarnita con mezze lune distribuite a coppie sulla sciarpa e sui calzoni" si sostitiusce un costume più semplice e dinamico. E' il segno di un processo di civilizzazione, dove sport, igiene e salute si coltivano con eguale convinzione; un costume, ancora rigorosamente intero, dalla sgambatura non eccessiva e dal bustino che rievoca le sofferenze 'antiche', con tanto di stecche. I bikini sono ancora di là da venire. 11 panorama balneare italiano si mostra piuttosto 'goffo' e sicuramente arrettrato rispetto all'Inghilterra e alla Francia. In quest'ultima, specie sulla Costa Azzurra, località prediletta da aristocratici e ricca borghesia, le donne hannno già abbandonato lunghi camicioni e larghi pantaloni per una più libera e confortevole tenuta da mare.
È nel secondo dopoguerra felicità e gaudio di giovanissime e non solo che arriva il bikini, un costumino due pezzi che lascia scoperta la vita. Già 1600 anni prima di Cristo, un modello del genere è presente in alcuni affreschi minoici; riapparirà nel 1946, all'indomani del secondo conflitto mondiale, grazie a Louis Réard, ingegnere di professione, che lo lancia come 'capo' sexy e trasgressivo. La prima sfilata di costumi da bagno ebbe luogo a Parigi, alla piscina Molitor, il 18 luglio del 1946 e il "bikini" dell'ingegnere stupisce e sconvolge la platea, pubblico e giornalisti presenti.
Il nome del miniindumento deriva dall'atollo del Sud Pacifico che il 30 giugno del 1946 era stato teatro della prima bomba atomica lanciata per testarla. Una denominazione davvero da brivido, ma il nostro 'inventore pensava proprio all'esplosione che avrebbe provocato nel mondo della moda. Da quel momento, sono passati sessant'anni dall'invenzione del due pezzi, nessuna diva, i nessuna miss, nel mettersi in mostra, rinuncerà a presentarsi in bikini. Rita Hayworth, Paulette Goddard, Diana Dors, Brigitte Bardot, Ava Gardner e, naturalmente, Marylin Monroe usarono il bikini quale normale e consolidato indumento da spiaggia. Per molti anni, Réard ebbe un negozio di bikini in Avenue de l'Opera a Parigi, lo slogan era: "Il bikini originale si compra solo qui". Louis Réard morì a ottantotto anni nella sua casa in Svizzera nel 1984, dopo aver disegnato e venduto bikini per 40 anni. Ma, come tutte le novità eclatanti, il bikini impiegò molti anni per affermarsi. Non fu un processo facile nè indolore: le contestazioni, all'inizio, specie nei paesi europei dove la presenza della religione cattolica era più forte, storicamente più sensibili ai cambiamenti, furono durissime e si rifiutò il due pezzi come capo di moda. Il processo di liberalizzazione del corpo, e della mente, il superamento di pudori e di imbarazzi, che a lungo aveva governato la vita e le vacanze, ebbe però, con il bikini, una spinta notevole.
I modelli pubblicati nel corso di sessant'anni, tanti ne ha compiuti il due pezzi, nelle riviste di moda, o che abbiamo visto e vediamo sfilare al mare, sono oggi di ogni tipo, tessuti sempre più leggeri, in tinta unita o in fantasie, misure sempre più ridotte. E le località balneari, pur con gli alti e bassi delle mode, i corsi e i ricorsi dei modelli, ne vedono, ad ogni stagione, di originali ed esclusivi, specie in località che hanno "l'importanza di chiamarsi Capri".

AL TEMPO DELLE CAPRE
Migliaia di anni fa dalla penisola sorrentina si distacca e nasce Capri: una delle più belle e magiche isole del Mediterraneo. Sogno e realtà, tra testimonianze del neolitico e glorie romane.

Barbara Sedazzari

Gli uomini del paleolitico, 400.000 anni fa, già potevano deliziarsi del verde lussureggiante della vegetazione, del candore
delle pietre, del blu profondo del mare che avrebbero reso celebre Capri, a quel tempo ancora parte della penisola sorrentina, da cui si distaccò, chissà per quali sussulti della terra, intorno al 10.000 a.C. Di questi antichissimi tempi sono rimaste alcune testimonianze, molte delle quali conservate nel Museo Ignazio Cerio. E dal IV millennio a.C. che la storia di Capri comincia ad assumere contorni più certi, quando viene a trovarsi al centro di scambi mercantili e sulla rotta di vie di comunicazione marittime. Dal Neolitico e fino alla metà dell'VIII secolo l'isola entra nel dominio greco, quando coloni greci fondarono Cuma e si spinsero nel Golfo per controllarne i traffici, occupando Ischia, la punta Campanella, la futura Pozzuoli, e la stessa città di i
Neapolis. Reperti ceramici e vitrei di natura non caprese attestano scambi con l'arcipelago pontino e le isole Eolie, certamente incrementati proprio dai Greci. Furono proprio loro a dare all'isola il nome di Kapréai, 'isola delle capre': la presenza delle capre era dovuta alla conformazione stessa del territorio, roccioso, carente di spazi coltivabili e di acque per l'irrigazione.
Narra Virgilio che l'isola fu anticamente abitata dai Teleboi, un popolo di pirati provenienti dalla Grecia, rimasti avvolti nel più fitto mistero; anche Strabone, lo storico, dà su Capri vaghe indicazioni: fatto è che poco se ne sa dei primi millenni di vita di questo luogo. È con Roma, e con Augusto imperatore, che Capri comincia ad assumere una sempre maggiore importanza. Dopo la battaglia di Azio, nel 31 a.C., Ottaviano fece dell'isola una sua proprietà privata, sottraendola al dominio di Neapolis alla quale in cambio concesse l'isola di Ischia. Cominciano a sorgere sull'isola delle capre le ville romane, tra le più fastose quelle imperiali, di Augusto prima, di Tiberio poi. Molte iscrizioni antiche indicano la presenza di liberti e di funzionari al seguito dell'imperatore, una vera e propria isola degli ozii imperiali, che meglio non potevano essere trascorsi dato l'incanto del paesaggio e la tranquillità dei luoghi. Tiberio giunse a Capri nel 27 d.C. e vi dimorò per 10 anni, fino al 37 quando la morte lo raggiunse a Miseno. Per lui Capri fu la residenza prediletta, un ritiro malvisto dai suoi avversari politici, la potente aristocrazia senatoria la quale contribuì non poco a diffondere la fama di un imperatore crudele e dedito al vizio. Aver eletto Capri nuova capitale dell'Impero fu una scelta dettata dalla politica assolutista di Tiberio, ma anche e soprattutto dettata dal desiderio di circondarsi di eruditi, di filosofi greci e astrologi babilonesi, tra cui Trasillo di Alessandria, e di ville magnifiche, di giardini, di ninfei, i luoghi che Svetonio malignamente insinua essere le 'palestre' delle perversioni imperiali. Quanto ci fosse di vero in queste voci ancor'oggi non sappiamo, certo è invece che Tiberio costruì edifici di straordinario comfort, lasciando anche a noi oggi la possibilità di goderne, sia pure nello stato di "preziose" rovine che il trascorrere dei secoli e le umane rivoluzioni ci hanno consegnato. Morto Tiberio, Capri perde parte del suo fascino e della sua fama, tanto che l'imperatore Commodo questo sì, terribile e lascivo vi relegò in esilio la moglie Crispina e poi la disgraziata sorella Lucilla. Inizia la decadenza di Capri, che risorgerà solo quando, nel Sette e Ottocento, giungeranno da tutta Europa i viaggiatori, spinti sull'isola dall'eco delle antiche leggende e di una copiosa letteratura romana, inserendo Capri nelle tappe obbligate del Grand Tour. Posta proprio al centro del Golfo delle Sirene, visibile da Napoli quando l'atmosfera è tersa, Capri emerge dal mare come una Venere. Con i viaggiatori alla ricerca di antichità e di miti si ricostruisce il passato e nasce la 'moderna' fortuna di Capri poichè da allora e in maniera, ahimè, sempre più aggressiva il turismo diventerà la prima grande risorsa, costi quel che costi!
Ma l'archeologia caprese nasce anche a seguito di una felice congiuntura 'venatoria'. Come ricorda l'illustre archeologo Amedeo Maiuri in un suo articolo su "Il Fuidoro", marzoaprile 1955, a Capri il passo delle quaglie era un evento atteso e il bilancio dell'isola si reggeva proprio sui cacciatori che nei periodi di passo la frequentavano assiduamente per far mambassa dei poveri uccelli migratori, venduti poi a caro prezzo sulle mense di Napoli. Essendo stata imposta dal Fisco una pesante decima sulle quaglie, gli isolani si recarono a Napoli per rivolgere una supplica a re Ferdinando IV che, incuriosito, da buon cacciatore, subito mosse alla volta dell'isola. Al suo seguito vi era Noberto Hadrava, addetto alla Legazione d'Austria presso la Corte di Napoli, il quale, assai più interessato alle antichità che alle quaglie, girando sull'isola rinvenne, sotto un antico ulivo rovesciato dal vento, una stanza coperta di stucchi e poi altre ancora. Informatone il re ebbe da lui l'incoraggiamento a proseguire e a trovare 'cose degne di Musei'. "Merito grande dell'Hadrava scrive Maiuri fu quello d'averci dato conto egli stesso della sua esperienza di scavatore e di viaggiatore in 40 lettere indirizzate a un presunto amico viennese e pubblicate nel 1793 presso Vincenzo Orsino a Napoli con il titolo di Ragguagli di vari scavi e scoverte di antichità fatte nell'isola di Capri e dal medesimo comunicate ad un suo amico di Vienna, che è uno dei più gustosi libri che siansi scritti nel '700 su Capri. Comincia d'allora anche per Capri la dolorosa storia di scavi e saccheggi". Hadrava rinvenne a Castiglione un intero pavimento di marmi policromi, ma va detto che l'improvvisato archeologo si faceva pagare fior di ducati per le sue ritrovate anticaglie e che ben poche ne consegnò al Real Museo Borbonico, vendendo molti pezzi a facoltosi inglesi e mandandone altri a collezionisti austriaci. Si deve invece a Michele Arditi, Soprintendente generale degli Scavi del Regno, il controllo e l'ordine nelle antichità dell'isola: nel 1824 vengono scoperti due pavimenti su terreni privati a Monte Tiberio "spaziosi ruderi dello imperiale palazzo elevato da Augusto e ingrandito da Tiberio... il più magnifico tra le dodici ville additate da Tacito...". La scoperta tuttavia non sembrò 'cosa degna del real Museo Borbonico'. Per fortuna l'autorevole Accademia Ercolanense consigliò che si facesse "uno scavo in regola come a Pompei, per conto regio". Ma lo scavo regolare del palazzo di Tiberio, la splendida Villa Jovis, si avrà solo molto più tardi ad opera di Amedeo Maiuri, tra il 1932 e il 1935.
Quanto invece alla preistoria, Capri deve molto a Ignazio Cerio che, alla fine dell'Ottocento, iniziò una serie di scavi che portarono alla luce, nella Grotta delle Felci, reperti scientificamente assai interessanti: ceramiche romane e dell'età del bronzo, tra cui bellissimi vasi, e, scavando più sotto, testimonianze del neolitico. Furono anche rinvenute tombe neolitiche con i loro corredi funerari. Il Museo Cerio, dal nome del primo vero 'scavatore e studioso d'archeologia', 1841-1921, conserva 20.000 reperti naturalistici e archeologici, collezioni di fossili, collezioni paleontologiche e preistoriche.
Le ville hanno custodito testimonianze significative e interessanti, a cominciare proprio dalla villa attribuita ad Augusto, malgrado depredata e privata dall'austriaco Hadrava dei suoi pavimenti in mosaico e dei capitelli delle colonne. L'occupazione francese non risparmiò altri furti alla villa, sulla cui area venne costruito un fortino; dell'antica dimora imperiale vi sono oggi solo tratti di muri di terrazzamento, alcune cisterne, un impluvium e qualche reperto dei quartieri residenziali, frammenti marmorei e musivi. La villa doveva disporre di vasti spazi per l'ozio e di un magnifico giardino. In questo luogo oggi sorge una villa privata e, accanto, il campo sportivo. Sono ancora riconoscibili i gradini di marmo che portavano al quartiere marittimo dove si trovano alcune vasche, forse usate per la piscicoltura, in cui i Romani erano abilissimi quasi quanto gli Etruschi.
Le due ville più famose e visitate sono quella di Damecuta ad Anacapri e Villa Jovis. La Villa imperiale di Damecuta sorge sul versante occidentale dell'isola, dove agli inizi dell'Ottocento fu costruito un forte per contrastare le battaglie nel Golfo di Napoli tra Inglesi e Francesi. I resti affioranti furono manomessi, i reperti trafugati e rivenduti al mercato nero a caro prezzo, così che poco si può ricostruire del complesso sia nelle dimensioni che nelle caratteristiche architettoniche e decorative; da una foto aerea si può leggere il disegno della villa, con resti di costruzioni ad archi, alcune colonne di sostegno a un pergolato, una loggia il cui muro d'appoggio al monte mostra nicchie dove erano probabilmente collocate delle panchine per la sosta durante l'ambulatio; alcuni ambienti conservano tracce di intonaco alle pareti e di mosaici; qui fu anche rinvenuto il busto efebico. L'altro grande complesso imperiale, Villa Jovis, è eretta sullo sperone roccioso di Monte Tiberio: principale residenza dell'imperatore, la costruzione è a pianta quadrata, estesa su una superficie di 7000 mq, su più piani degradanti, dominante a nord il Golfo di Napoli e punta Campanella e a sud ovest Capri e Marina Grande. Gli ambienti sono disposti attorno ad un grande serbatoio, enorme riserva d'acqua ad uso e consumo dell'imperatore e dei suoi famigli. La Villa è una meta turistica internazionale e una delle attrazioni, non solo per appassionati archeologi, di Capri. Anche Villa Gradola, posta proprio sopra la Grotta Azzurra, è una tipica villa marittima edificata lungo il pendio, a terrazze. Qui, nell'800 l'americano Mac Kowen vi rinvenne statue, capitelli, colonne e parti di pavimenti musivi. Più volte rimaneggiata, questa villa era collegata attraverso una scala tagliata nella roccia alla Grotta Azzurra. A memoria di Capri antica resta anche un'altra scala, quella detta fenicia, unico collegamento fino al 1874 tra Capri e Anacapri: i Fenici sembra non c'entrino affatto ma tuttavia è il segno di un'età remota quando ancora nell'isola imperavano le capre.