Lussureggiante e straordinaria. Di origine calcarea, Capri è l'isola mediterranea che ha visto nel tempo passare artisti, intellettuali e scrittori, tutti rapiti dalla sua ipnotica bellezza. Il mito di Capri, infatti, non ha eguali nel mondo: è un mix di storia, mondanità, cultura, eventi. Natura e bellezza qui si incontrano tutti i giorni per tutto l'anno, grazie a una lussureggiante fauna e a una flora ricchissima. Il clima mite, poi, coccola dolcemente gli ospiti di questo luogo incantevole, che raggiungono la cifra quotidiana di 2.200.000 da marzo a novembre.
Ricchi ed eccentrici visitatori a partire dall'Ottocento la prescelsero come residenza abituale o, al contrario, stagionale. Tra questi, ricordiamo il poeta cileno Pablo Neruda e la scrittrice Isabel Allende, il filosofo francese Jean Paul Sartre, lo scrittore russo Maksim Gorkj e l'esule Lenin, il poeta tedesco Rainer Maria Rilke e dal mondo anglosassone gli scrittori Oscar Wilde, Graham Greene, Joseph Conrad, David Herbert Lawrence.

OSPITALITÀ SENZA FINE
La cultura dell'accoglienza e dell'ospitalità qui a Capri è davvero secolare. E l'offerta turistica è ampia e diversificata, proprio per soddisfare i diversi gusti degli ospiti (400.000 in media ogni anno), che giungono qui desiderando di trascorrere il tempo libero alla ricerca del silenzio, della genuinità e della buona cucina. Il gusto semplice e caratteristico di certi piatti - come l'Insalata Caprese e la Torta di mandorle - sono non a caso noti ovunque.
Capri è anche moda e artigianato. Botteghe e sartorie artigianali sin dagli anni Cinquanta hanno vestito i più celebri personaggi del mondo della cultura - come lo scrittore Steinbeck - dello spettacolo e del jet set. Jacqueline Kennedy, Grace Kelly e Clark Gable hanno scelto la raffinata e inconfondibile creatività italiana mentre soggiornavano sull'isola. I più importanti Atelier dell'alta moda internazionale, inoltre, si affiancano alle botteghe tradizionali per i più esigenti.

PATRIMONIO STORICO
Le rovine romane di Villa Jovis e Villa Damecuta - le due residenze dell'imperatore Tiberio che scelse l'isola dal 27 al 37 d.C. - e la Certosa di San Giacomo, convento eretto dai Certosini nel Trecento: sono questi gli scenari storici dell'isola di Capri che fanno da sfondo ai turisti provenienti da tutto il mondo. Ma Capri è soprattutto un luogo dove si possono fare delle splendide e lunghe passeggiate, immersi nel silenzio, in verdi giardini affascinanti o per i sentieri che affiancano campi coltivati a vigna, magari per gustare il vino "Capri" DOC. Poi c'è il mare, unico e bellissimo: i riflessi trasparenti che esaltano e rendono famosa la Grotta Azzurra - già nota ai tempi di Tiberio che la utilizzava come ninfeo - sono tuttora evidenti e illuminano le innumerevoli grotte disseminate lungo la costa dell'isola e nelle vicinanze dei Faraglioni.

SOLARITÀ ITALIANA
Se l'ospitalità è un'arte, sull'isola ha raggiunto la sua massima espressione. Fra sentori storici, passione per la buona cucina e vedute mozzafiato, alloggiare qui è un sogno ad occhi aperti. Nel cuore di Capri, infatti, c'è La Palma a ridosso della Piazzetta: un secolo fa il notaio Pagano decise di adibire la dimora a locanda e fondò l'allora Hotel Pagano luogo preferito da artisti, scrittori e poeti, nonché principi, attori e sceicchi. Pavimenti in cotto, bianchi divani, fiori: tutto rende accogliente e superlativo alloggiare in questo luogo magico. Poi c'è il mitico Grand Hotel Quisisana, tappa immancabile dal 1845 per chi ama l'eleganza extra lusso. Gestito dalla Famiglia Morgano, l'Hotel colpisce per le architetture, gli arredi di gusto e la tipica atmosfera mediterranea: solare e sempre accogliente. Squisite prelibatezze al Ristorante Qvisi deliziano il palato mentre i trattamenti della QvisiBeauty donano armonia e relax agli ospiti.

ANTAGONISMO D'AMORE
Nell'VIII secolo a.C. i coloni di un pacifico insediamento greco costruirono una lunga e ripida scala scavata nella roccia per collegare la marina con la parte più alta dell'isola. Così è nata Anacapri, che secoli dopo fu sede della residenza imperiale di Augusto e poi di Tiberio. Oggi basta guardare la location del Caesar Augustus per capire che sull'isola regna dappertutto il gusto per le cose belle. La Villa di lusso, sede del prestigioso Hotel della catena Relais & Chateaux, è appartenuta ad un principe russo di cui si conserva l'antica statua di Cesare che svetta sulla terrazza. Vip e ospiti capaci di apprezzare quella parte dell'isola che conserva ancora intatto il suo aspetto più naturale, non possono fare a meno di alloggiare qui. Infatti Paolo Signorini, Direttore del Caesar Augustus, definisce amorevolmente Anacapri come "un paese di montagna al mare".

BELLEZZE NATURALI
D'obbligo anche una visita ad un altro gioiello di ospitalità: il Capri Palace, l'Hotel & SPA a cinque stelle deluxe ai piedi della collina del Monte Solaro, con vista impareggiabile sul Golfo di Napoli e Ischia. Nato nel 1960, l'Hotel ha un'antichissima origine in una locanda posta un tempo nel centro di Anacapri. Meta raffinata, oggi il Capri Palace - che fa parte del gruppo The Leading Small Hotels of the World - ha un'architettura di un antico palazzo patrizio fra colonne, volte e arcate, pavimenti in pietra e preziosi decori. Il fascino del luogo si estende ovunque, per approdare persino all'interno del suo centro wellness altamente specializzato: trattamenti-benessere ad hoc, totalmente naturali, menu dietetici e tanto altro ancora da scoprire nella esclusiva Capri Beauty Farm.

DEDICATO ALLE SIRENE
Pare che Tiberio, ritiratosi alle soglie dei suoi sessantanove anni a rimirare il blu indaco del mare di Capri, trasalisse sovente come mosso da un fremito interiore chiedendo "Quid sirenae cantare sint solitae?"

Da sempre incline a spendersi tra libri e profonde riflessioni, l'Imperatore aveva optato ormai definitivamente per quell'isola dove Augusto aveva fatto erigere non meno di dodici ville con i nomi degli dei dell'Olimpo: di queste, Villa Iovis all'estremità orientale prediletta da Tiberio, fu di certo la più bella. "Che cosa cantano le Sirene? ", questa l'ardua domanda cui ancora, Imperatore, non è dato rispondere e questo da secoli, da quando Omero incastona le maliose incantatrici in una tappa del ritorno a casa di Ulisse. La questione è irrisolta, il mito arcano e indecifrabile. Cominciamo col dire che forse non di un canto si trattava ma di storie, racconti oracolari, conoscenza, profondo e remoto sapere narrato con una voce di miele. La questione del canto era stata risolta molto prima quando le melodiose creature, dai loro scogli assolati, avevano osato sfidare le Muse in una gara di ugole. Il canto canonico delle Muse naturalmente ebbe la meglio su quello intonato ma assai estemporaneo delle Sirene che ne uscirono addirittura spennate. Eh sì, perché le prime rappresentazioni vascolari attiche di quelle creature ce le mostrano con un bel volto femminile, chiome fluenti su un corpo però, di gallina! Le lusingatrici del mezzogiorno, della calura torrida e senz'ombra, refrigerio sensuale insieme alle acque antistanti le rocce de Li Galli nella Terra delle Sirene, avevano zampe e ali, un orrore. Perdutele, avrebbero acquistato le braccia con cui accompagnare al ritmo del cembalo, con cetra e zufoli, il loro canto o le loro storie.
Omero nell'Odissea fa dire a Circe perché lo intenda Ulisse, che con le Sirene si perde definitivamente la strada di casa: esse stregano il marinaio con un "canto armonioso" e questi, colto da vertigine inebriante, abbandonata la rotta, perso il controllo del natante, rovina contro gli scogli. Dove verrà sbranato? Omero scrive di una riva dove "pullulano scheletri umani marcenti ". Questi resti sono di un orrido banchetto o di chi è annegato in un provocato naufragio? Il poeta non lo dice, glissa e non è esplicito neppure sul contenuto della malia quando, per bocca delle armoniose pennute, parla di una voce dal suono di miele dalla quale godremo dell'aver conosciuto più cose. E Ulisse è uomo curiosissimo oltre che astuto: non fidandosi di resistere alla tentazione che si annuncia tra le più stimolanti, si farà legare all'albero della nave avendo sistemato gli amici ai remi con tanto di cera negli orecchi. Man mano che le voci bellissime si levano, non chiare per la distanza ma comunque irresistibili, Ulisse dà in scalmane, vuol sciogliersi e nuotare fino a quel miraggio adulatore ma Perimede e Euriloco, indifferenti, si levano per rincarare la dose di corde con cui imprigionare il loro duce, tornare ai remi veloci finché "né canto né voci " si udranno più.
Certo che fu un grave scorno per le fascinose Partenope, Leucosia, Ligia, Molpé e Aglope veder sfilare la prua d'un naviglio incurante delle loro lusinghe! Almeno una di loro, Partenope (che darà il nome all'odierna Napoli), narrano si suicidasse per l'affronto. Perduta ogni parvenza ornitologica, fu per poter raggiungere a nuoto i pochi diffidenti che le zampe delle Sirene si muteranno in pinne? Queste furono una, a volte due, belle, caudali, vistose quanto quella stupefacente metamorfosi che le collocherà tra le divinità marine solo per metà pesci come Oceano o Tritone. Plinio non avrà mai dubbi negando l'esistenza degli esseri alati mentre certifica tassativo che le Nereidi sono metà donne e metà pesci. Alla vista dei naviganti si propinano ora richiami del desiderio sessuale, non più voci e canti e storie intriganti ma braccia ben tornite, seni turgidi, bacino sinuoso, volti espressivi e chiome medusee mentre il mare nasconde le code squamose delle grandi ammaliatrici che, insieme al Minotauro e alla Sfinge, rimangono tra i più possenti miti dualistici.
Le hanno cantate i poeti, sognate scrittori che non avremmo mai sospettato come Goethe, Paracelso che le battezzerà Undine, Kafka che sospetterà essere loro le vincitrici nei confronti d'Ulisse perché vedendolo affaccendarsi con cera e funi, furbo e spaventato, non lo degnarono della minima considerazione rimanendo in un sovrano, sprezzante silenzio al suo passaggio. Racconto e ipotesi davvero geniali. Le mise in musica Claudio Monteverdi nel 1631 nel Ritorno d'Ulisse in patria, Wagner ne fece le custodi ignare dell'Oro del Reno, Dvorak una pallida e sinuosa Rusalka alle prese con un principe piuttosto banale. Andersen contribuirà alla loro immortalità con la sua celeberrima Sirenetta, che il re della birra, Carlsberg, nel 1913 volle far trasformare in bronzo lucente su un masso di granito nel porto di Copenhagen.
E c'è poi chi le ha incontrate più o meno recentemente: nel IV secolo una verrà catturata e battezzata nel nord del Galles, nel 1403 stessa sorte per un’altra nello Zuider Zee, questa si lasciò vestire, mangiò all'olandese ma non disse mai una parola. Anche Cristoforo Colombo disse di aver visto delle Sirene o nel 1481 o nel 1485 fermandosi sulla costa del pepe alias, Malaguetta. Che dire di John Smith, quello di Pocahontas, che raccontò di averne vista una che nuotava verso di lui “d'aspetto seducente " in un'alba del 1610.
Noi del resto ne subiamo una nuova metamorfosi, non più musicale ma acustica, il loro mare si è trasferito nelle nostre città rutilanti sotto forma di sibili assordanti, di sirene spiegate, di lancinanti allarmi che squarciano il nostro sonno o quella veglia allertata dalle loro vibrazioni. Che anche in questa veste vogliano dirci ciò che non comprendiamo?
Svegliarci da ciò che non dobbiamo sognare? Seguirle per un dove ignoto e inattuale? Proprio come voleva Federico Fellini proponendole in vasca nel suo circo dei Clown o Liliana Cavani con l'episodio della Sirena bambina da La Pelle di Malaparte, servita in tavola. Anche se il mito non ha intenzione di farsi digerire facilmente!