Al berto Arbasino sostiene che di Capri come isola "si sa anche troppo. Ci sono già passati tutti, e hanno già fatto tutte le foto: sempre la minaccia di doverle guardare. Italiani con gli occhiali scuri di notte. Stranieri orridi. Ziacce antiche. Il trionfo del cachecol. Ossigenate d'altri tempi. Sgangherati che fanno i baciamani col golfino sulle spalle e il cagnolino al braccio. Se li mettessero tutti per terra, si camminerebbe sui cani. Bisognerebbe non venirci mai. Dopo un giorno si potrebbe anche andar via".
Del resto, di letteratura poco benevola su quella che è l'isola con la "I" maiuscola ce n'è in abbondanza e il fatto che questo luogo non sia più come una volta è un refrain che va a braccetto con la scomparsa delle mezze stagioni. Ma di questo Capri sembra non curarsi affatto. Anzi, usa il chiacchiericcio delle malelingue come uno scudo per arginare, finora invano, l'assedio a tenaglia degli aliscafi che vomitano migliaia di turisti giornalieri. I quali, essendo poco avvezzi alla letteratura, sudano felici tra la mitica Piazzetta, le vetrine luccicanti di via Camerelle e la passeggiata di Tragara fino agli altrettanto mitici Faraglioni. Per poi tornare alle pensioni Mariuccia sul litorale campano, ammaliati da questa Capri che non è più lei, con il trofeo di una foto rubata a un divo delle soap e una bottiglia di limoncello troppo dolce nello zainetto.
Ma davvero Capri non è più Capri? Un tempo ci venivano, tra gli altri, Maksim Gorkij a progettare la Rivoluzione ispirato dall'utopia possibile dell'isola; Pablo Neruda con tutte le sue cianfrusaglie portate dall'Amazzonia; Graham Greene, che qui scriveva di intrighi internazionali, e pure un dimenticatissimo Paul Heyse, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1910 grazie alle sue liriche che celebravano l'"amore caprese". Oggi come padrone di casa c'è un re della scarpa, mentre i giovani della Confindustria (o, come direbbe qualche maligno, i figli dei vecchi della Confindustria) si danno appuntamento nella sala congressi del Quisisana. E mentre ottant'anni fa il futurista Marinetti faceva il bagno nudo sotto i Faraglioni, ora su quello stesso mare Sylvester Stallone fa il cafone con l'acquascooter. Quanto alle bellezze "paparazzate" in Piazzetta, non c'è storia tra le Rita Hayworth, Ingrid Bergman, Liz Taylor, Brigitte Bardot e Sophia Loren di un tempo e le Valeria Marini e Aida Yespica delle estati più recenti.
Qualcuno potrebbe parlare di decadenza. Ma, dopotutto, ogni epoca ha la decadenza che si merita. E poi è sull'essere perennemente e meravigliosamente decadente che l'isola ha fondato il suo mito. Non sarebbe bastata la bellezza, fatta di scorci pittoreschi e profumo di agrumi, a fare di questo luogo una fantastica Caprilandia se non avesse avuto, dai tempi dell'imperatore Tiberio (e grazie a Tacito e Svetonio, primi nella falange armata delle malelingue), la fama sinistra quanto stuzzicante di luogo del peccato e dell'eccesso. A inizio Ottocento, i primi viaggiatori arrivati qui a inaugurare o, meglio, a riinaugurare dopo i fasti di Roma la stagione di vizi e delizie erano raffinati gentiluomini stranieri, che avevano sfidato le onde su una barchetta a remi spinti da una curiosità morbosa: quella di scoprire
quanto fosse rimasto dell'atmosfera orgiastica dell'antichità. Probabilmente ci trovarono solo splendide rovine, ma decisero comunque di fermarsi. Il clima era perfetto, le capresi e i capresi (a seconda delle inclinazioni sessuali) avevano occhi neri e profondi pronti a lanciare sguardi ardenti. A questa accolita di bon vivant che, abbigliati con tuniche romane, trascorrevano le giornate mangiando fragole con panna erano seguiti, in ordine sparso, nobili tedeschi e medici svedesi, ereditiere annoiate e scrittori più o meno maledetti provenienti da ogni angolo del pianeta. E tutti o quasi, inebriati dagli aromi e dalle leggende pruriginose dell'isola, si erano sentiti legittimati ad assumere atteggiamenti sopra le righe.
Capri è stato il primo luogo, nell'Occidente moderno, a ospitare una fiera ed esibita comunità omosessuale, dando ragione alla saggezza napoletana secondo la quale se sei ricco meriti di essere gay, altrimenti sei solo "ricchione". Ha visto nascere e ha esportato, grazie a due signore americane dai gusti saffici, la moda del look lesbochic un secolo prima di Dolce & Gabbana. Negli anni Cinquanta, più ancora della Roma della Dolce Vita, è stata la filiale europea di Hollywood. E ha il potere alchemico di trasformare in "stile" ogni trovata, persino le più stravaganti e orribili. Sono state copiate persino ai Caraibi le ville in stile caprese: bellissime nonostante l'accozzaglia di capitelli classici e cupole moresche inventate, alla fine del XIX secolo, da tale Ciro Spadaro, un muratore isolano che, per darsi un tono tra i facoltosi committenti, millantava una discendenza con l'architetto della Villa Jovis di Tiberio. E chi l'avrebbe detto che l'elegantissima Jackie Onassis, lanciando una moda che ha spopolato negli anni Sessanta, sarebbe impazzita per i pantaloni dei pescatori locali rifatti ad hoc da La Parisienne, prestigiosa sartoria della Piazzetta. Qualche anno fa quei pantaloni li ha ripresi anche Prada ottenendo un successo straordinario, tanto che anche quest'estate dovremo rassegnarci a vederli indossati con nonchalance sia dalle silfidi sia dalle matrone con i polpacci alla Gattuso. Che dire, poi, dei sandali capresi in cuoio? Li ha scoperti Brigitte Bardot nella bottega di Gennaro Canfora, in via Camerelle. Ancora oggi si vendono come le sfogliatelle. E in tutto il mondo, grazie alla "magia" di Internet. Non solo. Qui ha iniziato la sua brillantissima carriera nell'alta moda il fiorentino Emilio Pucci, disegnando vestiti dai cromatismi ispirati alla tavolozza dei colori isolani: il blu del mare in maggio è oggi ufficialmente noto come "blu Capri".
Insomma, basta aggiungere il marchio "Capri" e il gioco è fatto. Lo sa bene Giuseppe Faiella, alias Peppino di Capri, che nella sua lunga carriera ha venduto ben 15 milioni di dischi. E pure chi ha messo sul mercato le Capri, sigarette sottili adorate dalle signore che fumano light. Quei furbacchioni delle multinazionali del tabacco hanno registrato il marchio, battendo sul tempo l'amministrazione comunale dell'isola. E per questo il sindaco si sta ancora mangiando le mani...
Se non fosse stato per le sigarette, poi, alla Fiat avrebbero battezzato Capri l'auto che hanno prodotto in esclusiva per i taxisti locali, una versione della Marea a metà tra una decappottabile e una limousine. Certo, quanto a stile, è ben lontana dalle leggendarie 1100 con i sedili in vimini che facevano bella mostra di sé sui tornanti che, da Marina Grande, portano fin su in Piazzetta. Del resto, per unirci al coro delle malelingue, ormai l'isola sta scivolando sulla china di meta per le vacanze di famigliebene: e l'odierna atmosfera zuccherosa non è che una pallida copia dell'epoca in cui un allora giovane deputato democristiano, Oscar Luigi Scalfaro, al ritorno da un soggiorno in loco, rivolse al ministro dell'Interno Mario Scelba un'interpellanza parlamentare "per frenare una moda che offende la morale e la dignità dei cittadini".
Ecco, sarebbe bello che Capri tornasse a dare scandalo come allora per condire con un po' di pepe (anzi, di peperoncino) il solito, soporifero gossip estivo. Ma oggi anche qui i veri libertini sono latitanti e in compenso ci sono ancora troppi moralisti in Parlamento. Ogni epoca, dicevamo, ha la decadenza che si merita.