di MANUELA PIANCASTELLI

Capri è una risata geologica, un ritratto firmato da dio, mare che si squama a una bava di vento d'inverno. Una dietro l'altra le parole di Filippo Marinetti (il creatore del futurismo aveva casa a Capri), Edwin Cerio (nume tutelare dell'isola, che salvò dalle speculazioni edilizie degli anni 30), Michele Prisco (tra i massimi scrittori napoletani del Dopoguerra, autore di una guida su Capri) disegnano l'immagine dell'isola che, in tempi e modi diversi, contribuirono a lanciare nel firmamento dei luoghi più esclusivi del mondo. L'isola simbolo della fascinosa bellezza italica, un mito clic dura senza soluzione di continuità da 150 anni. E che nulla, neanche i motoscafi estivi rumorosi e arroganti clic ne solcano l'acqua blu cobalto o l'esibizionismo dei vip agostani riesce a scalfire. Perché l'immaginario collettivo l'ha sospesa nel tempo con le sue due anime: quella della bellezza graffiante della sua natura, del silenzio, delle scale faticose e infinite, dei tre faraglioni che sembrano stracciare il mare. E l'altra, più viveur, della Piazzetta popolata da personaggi del jet set internazionale, che a ogni stagione la confermano ombelico del mondo, capitale del lusso, della trasgressione, della vita libera.

Capri irrompe in Europa, e poi nel mondo, nell'estate del 1826 quando due pittori tedeschi, August Kopisch ed Ernst Fries, entrano per la prima volta a nuoto nella Grotta Azzurra, accompagnati con una barchetta dal notaio Giuseppe Pagano, tra i primi albergatori dell'isola. Per Kopisch si tratta di una folgorazione: "L'acqua, simile ad una fiamma cerulea, fa risplendere l'intera grotta", annota sul registro dell'albergo, "ogni onda sembra di fuoco". Al suo ritorno in patria, la magia del luogo, la sua unicità, con il conseguente bagaglio di emozioni, si diffondono conte un tam tam. Christian Andersen ambienta a Capri il romanzo L'improvvisatore e pochi anni dopo, nel 1853, Ferdinand Gregorovius scriverà Die Insel Capri, che diventa la guida preferita di politici e intellettuali. Ma saranno i paesaggisti della Scuola di Posillipo, nel terzo decennio dell'800, a diffondere l'immagine delle sue inaudite bellezze attraverso dipinti e disegni che all'epoca facevano le funzioni di reportage fotografici. Nonostante sia un'isola, Capri è aperta e ospitale, e negli armi difficili per gli omosessuali quelli del processo a Oscar Wilde accoglie molti scrittori e artisti gay, facendo nascere in Europa la sua fama di tolleranza e sregolatezza.

Grazie all'hotel Quisisana, quintessenza della raffinata e calorosa ospitalità italiana, approda a inizio '900 Lui turismo fatto di nobili, reali e personalità della politica e dell'industria. Uno dopo l'altro, arrivano l'esule russo Massimo Gorkij, il pittore tedesco Karl Withelm Diefenbach, il conte Jacques Fersen, dandy dissoluto e cocainomane, lo scrittore Norman Douglas, il medico scrittore svedese Axel Munthe. Nel 1912 i turisti a Capri sono ben 40 mila. Luogo d'incontro è io Zum Kater Hiddigeigei di Giuseppe e Lucia Morgano in via Camerelle, il primo caffè letterario di Capri, palcoscenico della dolce vita isolana, a pochi passi da villa Discopoli abitata da Rilke e da villa Lo Studio, dove sarà ospitato dal Comune Pablo Neruda in esilio. Bar con cucina, bazar, rifugio, confessionale, per 40 anni la bella Lucia ha servito Fersen e Roger Peyrefitte, Alberto Savinio ed Enrico Prampolini, Marinetti e Somerset Maugham (che poi lie parlerà nel Mangiatore dì loto), Gorky e Rilke. Nel 1938, da mercato della verdura e del pesce, la Piazzetta diventa cuore della mondanità raffinata grazie a Raffaele Vuotto, personaggio caprese dalla verve napoletana, che ha l'idea di sistemare alcuni tavolini all'aperto dove prenderanno il caffè Malaparte, Moravia, Ungaretti, Pratolini, Graham Greene.

Nel dopoguerra l'"isola azzurra" diventa il ritrovo della "Café society" (dal night club aperto a New York nel 1938). Esplode la stagione d'oro del turismo internazionale, quella delle feste, delle cene in abito da sera e delle notti bianche. Vivere l'isola significa condividere un destino speciale, far parte di una casta invidiata che non è alla moda ma addirittura la crea. Pucci propone i pantaloni "Capri", ma stile caprese significa anche un meraviglioso dolce di cioccolato e pasta di mandorle, foulard annodati in maniera estrosa, sandali di cuoio fatti a mano, bagni a mezzanotte, il rito dell'aperitivo in Piazzetta. È il palcoscenico ideale per la regina del gossip internazionale, la temutissima giornalista americana Elsa Maxwell, che dal podio caprese dirige per anni la vita mondana dell'isola dove sbarcano i Windsor e Soraya, Grace Kelly e Jackie Kennedy. Il Grand Tour è soppiantato dalla Great Hollywood, Creta Garbo prende il sole vestita di bianco in Piazzetta, Charlie Chaplin passeggia con la giovane moglie, la Callas e Onassis vivono en plein air la loro tormentata love story. Chi è fuori da quel mondo, lo sogna: Peppino di Capri canta Tu luna luna tu, luna caprese, Totò è L'imperatore di Copri, uno splendido Vittorio Caprioli dirige Leoni al sole, mentre Jean Luc Godard gira a villa Malaparte Il disprezzo. Il mito di Capri continua e, se possibile, si rafforza.

Ma il turismo sta nel frattempo cambiando, e a partire dagli anni 80 agli artisti si aggiungono i nuovi ricchi, autocelebrativi e globalizzati, che arrivano nel porticciolo con barche potenti e rumorose. È un destino che accomuna tutta l'Italia - che qui arriva però amplificato - e che fa immaginare a Raffaele La Capria di essere l'imperatore Tiberio: "In sogno ordino che si portino al mio cospetto tutti i proprietari di questi motoscafi. Uno lo faccio imbrattare di nafta, un altro lo faccio seppellire tra i rifiuti, un altro viene costretto a bere un buon litrozzo di benzina".
Eppure Capri resta, a ragione, un mito. Basta andare in Piazzetta di primo mattino, affacciarsi da Villa Jovis o salire a piedi in cima al monte Solaro, dove si toccano le nuvole, per sentire battere - anche per un attimo solo - il cuore dell'universo.